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CULTURA E TURISMO

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Chiese distrutte

San Marco

Della chiesa di San Marco, di cui oggi rimangono solo pochi ruderi, non si conosce nè quando nè da chi fu edificata.

Grazie all'inventario è però possibile ricostruirne la struttura. Aveva un'unica navata, il tetto in canne e tegole senza assito. Era larga circa 5 metri, alta 3,50 e lunga circa 9. Aveva due porte, una grande sulla facciata e una piccola dalla parte dell'epistola, un campanile piccolo e ordinario senza campana e scala, altare senza retablo.

Era consuetudine conservare la statua del Santo in parrocchia per tutto l'anno e portarla, in processione, nella sua nella chiesa solo per la festa, il 25 aprile. Oggi è conservata nella chiesa di Sant'Anna.

L'uso della chiesa fu interdetto dal Canonico Ignazio Vincy il 24 maggio 1760 poichè il tetto era pericolante. Essa non fu probabilmente ristrutturata e lentamente andò in rovina: infatti, già in un documento del 1777, conservato presso l'Archivio della Curia Arcivescovile di Cagliari, non risulta più citata tra le chiese rurali di Siliqua.

Santa Maria

I ruderi della chiesa di Santa Maria si trovano a pochi chilometri dal paese nella località chiamata anticamente salto cabalis e oggi nota col nome di Gibasoli.

Fu edificata, in epoca medievale, secondo gli schemi dell'architettura romanica sopra le rovine di un edificio termale di età romana. Vicino sono visibili i resti del ponte e dell'acquedotto romano.

Col nome di Santa Maria cabales è citata tra le chiese di Siliqua nel decreto redatto il 13 maggio del 1604 dopo la visita pastorale dell'arcivescovo De Esquivel; nell'inventario del 1761 risulta, invece, dedicata a Nostra Signora di Monserrato.

Anche per questa chiesa, come per San Marco, è possibile, grazie all'inventario, capire quale fosse la sua struttura architettonica.

Era costituita da un'unica navata con tetto in serradizzos e tegole. Nel 1761 la parte sopra l'altare fu coperta con tavole in legno. Larga e alta circa 4 metri, lunga circa 10, aveva due porte, una grande nella facciata e una piccola dalla parte dell'epistola. Non possedeva nè campana nè scala. Davanti e nella parte del Vangelo, ossia a sinistra rispetto all'altare, aveva una tettoia.

Santa Barbara

Nei pressi del castello di Acquafredda vi era la chiesa dedicata a Santa Barbara, citata in alcuni antichi documenti risalenti all'epoca giudicale. Da essi risulta che la ecclesiam sanctae Barbarae de Aquafrigida fu donata ai monaci vittorini di Marsiglia nel 1089 da Costantino, giudice di Cagliari. Un documento successivo, datato 22 aprile 1090, riconferma la donazione da parte dell'arcivescovo di Cagliari Ugone, il quale aggiunse alla chiesa di Santa Barbara anche quella di Santa Maria: simili etiam modo dono atque concedo ecclesiam [...] Sanctae Mariae et Sanctae Barbarae de Aqua frigida. Tale donazione fu ulteriormente confermata in documenti del 1119, 1120, 1141, 1183 e 1218.

La chiesa di Santa Barbara risulta elencata nell'inventario dei beni dei vittorini ancora nel 1338 e amministrata dal presbitero Raimondo, parroco di Villanova di Saruis.

Diverse sono le ipotesi sull'esatta ubicazione della chiesa. Da alcuni documenti, datati 1215, 1216, 1238, si può dedurre l'esistenza di una cappella sul monte del castello. In alcuni di essi è citato il prebiteru Iohanni Spina capellanu miu de su Monti de Aguafriida, in altri Benitu castellanu de su Monti de Aquafriida (castellanu è probabilmente un errore e va letto cappellanu, secondo Gianni Serreli, Simona Sitzia e Stefano Castello autori di La Curadoria del Sigerro). La cappella ricordata in questi documenti potrebbe essere la chiesa di Santa Barbara.

Un'altra ipotesi, non confermata, la identifica con l'attuale chiesa di Santa Margherita, anche se il ritrovamento di un capitello e di alcuni elementi architettonici all'interno della cinta muraria, durante gli scavi del 1999, introducono una nuova ipotesi di ubicazione della chiesa.

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