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CULTURA E TURISMO

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Chiesa di San Giorgio Martire

La parrocchiale di Siliqua, intitolata a San Giorgio martire, si trova nel centro storico del paese, quasi di fronte al Monte Granatico.

Lo studio più completo, dedicato alla chiesa, è quello condotto da Stefano Basciu in La Chiesa di San Giorgio a Siliqua, pubblicato nel XXXII volume della rivista ''Studi Sardi'' nel 1999, in cui ne viene ricostruita l'evoluzione dal primo impianto romanico fino ai lavori di restauro del 1984.

Chiesa di San Giorgio Martire

Campanile della Chiesa di San Giorgio

Le notizie di seguito riportate sono tratte dal suddetto lavoro.

Tre sono le date da cui non si può prescindere per la ricostruzione dell'evoluzione architettonica della chiesa: termine ante quem il 1594, anno della prima attestazione documentata nei Quinque Libri; il 1614, in cui furono costruite le cappelle laterali vicino al presbiterio; infine il 1777, data in cui l'edificio risulta già configurato come oggi.

La chiesa, dato il suo impianto romanico, risale al medioevo, sebbene non ci sia pervenuta alcuna fonte documentaria che ne attesti l'esistenza in quel periodo. Non si ha alcuna testimonianza scritta neppure della sua trasformazione in forme tardo gotiche, cioè con un'unica navata, una cappella presbiteriale e quattro cappelle per lato.

''Il prospetto principale si presenta tripartito con tre ingressi architravati privi di decorazione architettonica; solo quello centrale, più ampio rispetto ai due laterali, è inquadrato da un esile modanatura che segna gli stipiti e l'architrave su mensole arrotondate''. Per quanto riguarda gli ingressi laterali, quello a destra esisteva già dal 1727. Nello stipite, infatti, è possibile leggere: 1727 LUIS MURRU. Quello a sinistra è posteriore al 1761, stando a quanto si legge nell'inventario delle chiese di Siliqua redatto in quell'anno per ordine dell'Arcivescovo di Cagliari Tomaso Ignazio Maria Natta. Risulta, infatti, che all'epoca la chiesa avesse due sole porte, una grande al centro della facciata e l'altra piccola dalla parte dell'epistola, ossia a destra del portone centrale.

La parte centrale della facciata ''è in forma quadrata a terminale orizzontale segnato da cornice, mentre le due ali trapezoidali hanno terminali a spioventi''. Al centro, il rosone dà luce alla chiesa: dal ''circolo centrale quadrilobato […] si irradiano dodici raggi che formano otto petali lobati. Alla sinistra si affianca il campanile con base a canna quadrata su cui si imposta la cella campanaria, a sezione ottagonale, forata da monofore in ciascun lato. La torre si conclude con una cupola emisferica su spessa cornice aggettante''.

L'impianto romanico: la facciata

''La rimozione degli intonaci della parte mediana della facciata, avvenuta nel corso dei lavori di restauro del 1984, ha messo in luce l'antico paramento murario, consentendo l'individuazione di strutture pertinenti al primo impianto dell'edificio.

Si individuano due fasi costruttive: nella prima si delinea una facciata a due spioventi e coronata da un campanile a vela a due luci; nella seconda si rileva il sopraelevamento sulle falde del muro, per rendere il prospetto quadrato. Nella prima fase l'opera muraria è in conci squadrati di media pezzatura e di materiali diversi, quali calcare, tufo, trachite e granito, disposti a filari secondo la tecnica dell'opus quadratum. Nel secondo intervento il materiale utilizzato è di pezzatura maggiore rispetto al precedente e i conci in calcare bianco sono messi in opera sia in orizzontale sia in verticale''.

Dall'analisi della struttura muraria è emersa l'opera policroma dell'impianto romanico sebbene non del tutto apprezzabile a causa dell'erosione dei materiali. ''Il basamento è costituito da tre filari in tufo cui si alternano un filare in trachite rossastra, altri tre in tufo e due in granito. A metà della facciata i conci bianchi, grigi e rossastri si dispongono in modo irregolare sino alla base di un falso timpano spezzato, interamente in pietre grigie. Questa particolare attenzione policroma su linee orizzontali richiama modelli toscani attestati in Sardegna nell'area centro-settentrionale […]; per quando riguarda il Meridione dell'Isola questi effetti cromatici, così geometricamente definiti, sono sconosciuti. Il campanile a vela, tamponato da materiale litico e laterizio e forato dal rosone circolare, risulta segnato a metà delle luci da due simmetrici conci grigi''.

Oggi, in seguito ai restauri del 2001, non sono più visibili nè le differenze tra le due fasi costruttive nè il gioco di colori di cui Basciu parla, poichè la facciata è stata quasi interamente intonacata. Sono state, invece, riportate alla luce le due celle dell'antico campanile a vela, liberate dal pietrame con cui erano state murate.

Analizzando la struttura architettonica della facciata, apparentemente inscrivibile in un quadrato seppure imperfetto, e data la somiglianza con quella della chiesa di San Giorgio a Decimoputzu (fine XI sec.), Basciu avanza l'ipotesi che, in origine, essa si presentasse con ''un portale architravato e forse lunettato e sormontato da una bifora''. Tuttavia a Siliqua, a differenza di Decimoputzu, non si individua la sagoma di un profilo a salienti, tipica di un struttura a tre navate, bensì un prospetto a capanna con campanile a vela a due luci. Da ciò Basciu deduce che la struttura originaria della chiesa fosse a navata unica.

La fase tardogotica

Per la ricostruzione della chiesa tra la fine del XVI e la seconda metà del XVIII secolo, Basciu si è avvalso di materiale d'archivio edito e inedito che gli ha consentito di effettuare una lettura formale dell'edificio e di precisare ''l'entità di alcuni interventi edilizi di tipologia tardogotica, effettuati in questo arco di tempo''.

''La prima attestazione della parrocchia intitolata a S. Giorgio risale al 1594. In un decreto redatto il 13 maggio del 1604, a seguito della visita pastorale dell'arcivescovo De Esquivel, vengono emanate disposizioni sulle funzioni religiose e amministrative della parrocchia.[…] Il 25 agosto del 1614 viene stipulato a Cagliari l'atto per la costruzione, nella chiesa di S. Giorgio in Siliqua, di due cappelle dedicate rispettivamente alla Madonna del Rosario ed al Crocifisso. Nel 1777 l'edificio risulta provvisto di nove altari compreso l'altare maggiore; ne deriva quindi una configurazione iconografica come quella odierna, a navata unica, quattro cappelle per lato e cappella presbiteriale.

È bene precisare da subito che probabilmente l'impostazione planimetrica gotico-catalana della chiesa di S. Giorgio in Siliqua, come per numerose chiese sarde sorte tra il XV e il XVI secolo, fu a navata unica, con cappella presbiteriale e senza cappelle ai lati.

L'aula è divisa in quattro campate da tre archi diaframma a sesto acuto che sorreggono una copertura lignea a due falde […]. L'arco di accesso alla cappella presbiteriale, nervato nell'intradosso, scarica su semicolonne addossate ai robusti pilastri cruciformi. Accettando l'ipotesi di un primo impianto a navata unica senza cappelle laterali, dobbiamo di conseguenza ritenere che in origine gli altri archi diaframma poggiassero su paraste addossate ai contrafforti esterni. I pilastri cruciformi che vediamo oggi sarebbero il risultato funzionale alla successiva apertura delle cappelle laterali'' edificate in tempi diversi.

Il presbiterio ha pianta quasi quadrata con volta a crociera e costolonata; ''la trama delle nervature disegna una stella a quattro punte con altrettante quattro gemme pendule oltre quella centrale. Ai quattro angoli le costolonature scaricano su esili peducci fitomorfi. Le gemme presentano decorazioni classicheggianti date da cornici a motivi vegetali che racchiudono la rosetta baccellata; nella gemma principale è inciso il simbolo eucaristico JHS''.

Al centro del presbiterio, sopraelevato rispetto alla navata, originariamente chiuso da una balaustra (oggi nella chiesa di Sant'Anna), è posto l'altare maggiore in marmi policromi datato 1753. Sul bordo della mensa, infatti, si legge: OCULI MEI ERUNT APERTI ET AURES MEAE ERECTAE AD ORATIONEM EIUS QUI IN LOCO ISTO ORAVERIT LIB. II PARALIP. CAP. VII AN. DNI 1753. Secondo l'inventario del 1761 nella nicchia era collocata la statua della Vergine delle Grazie.

''All'angolo del presbiterio si conservano due capitelli sovrapposti, di cui il primo ha base circolare, kyma ionico con quattro ovuli per ciascun lato e abaco quadrato; al posto delle quattro volute sono scolpite delle faccine umane. Il secondo capitello è stato scavato all'interno per essere adattato ad acquasantiera''. Il manufatto, probabilmente seicentesco, è in calcare bianco.

Le cappelle laterali più vicine al presbiterio sono dedicate, quella a destra al Crocifisso, quella a sinistra alla Madonna del Rosario, e ''sono da identificare con quelle attestate nel già citato documento del 1614''. L'atto con cui fu commissionato il lavoro di edificazione precisa che le due cappelle dovessero avere cinque chiavi di volta e gli altari in pietra. ''In una cappella dovevano essere dipinte le immagini della Madonna del Rosario, nell'altra le immagini del Crocifisso. […] La costruzione fu affidata ai picapedrers di Lapola Sebastiano Cau e Giovanni Pintus, i quali risultano chiamati anche per la costruzione della cappella di S. Antioco nella chiesa di S. Pietro in Assemini (31 gennaio 1618), e per i lavori di ampliamento della chiesa parrocchiale di Villasor (4 dicembre 1629)''.

Entrambe le cappelle ''sono voltate a crociera e costolonate, con trama stellare a quattro punte e cinque gemme pendule. In quella del Rosario, nella gemma di chiave, è rappresentata la Madonna col rosario in mano; in quella del Crocifisso sono raffigurati nelle gemme minori i simboli della Passione (la scala, la lancia, la freccia, il chiodo, la mano con la palma del martirio e la croce), mentre nella gemma centrale è il Cristo crocifisso […].

La seconda cappella a sinistra partendo dall'altare, dedicata all'Assunta, è voltata a crociera semplice, senza nervature; sono invece voltate a botte se pure con altezze diverse, le altre cappelle: di S. Lucia e del Battistero (rispettivamente la terza e quarta a sinistra), dell'Immacolata, del Sacro Cuore e della Madonna del Carmelo (seconda, terza e quarta a destra)''. Quest'ultima, secondo l'inventario del 1761, era dedicata alle anime del purgatorio e, ancora oggi, c'è chi la chiama sa cappella ‘e is animasa (la cappella delle anime). All'interno, stando sempre all'inventario, era esposto un dipinto con l'immagine di Nostra Signora del Carmelo e delle anime del purgatorio dentro le fiamme di cui è rimasta memoria nella popolazione sino ad oggi, essendo stato bruciato intorno al 1960.

Il pulpito in marmo, costruito nel 1956, addossato al pilastro che separa la cappella voltata a vela con quella del Rosario, era in origine in pietra lavorata. Ad esso si accede tramite una piccola scala circolare costruita forando il pilastro e sacrificando la parte finale della costolonatura e il peduccio di scarico della volta nella cappella del Rosario.

Le cappelle sono messe in comunicazione tra di loro da basse arcate a tutto sesto; si aprono all'aula, le prime quattro, con archi a sesto acuto modanati nell'intradosso, le altre con archi a tutto sesto privi di modanature.

I rilievi scultorei incorporati nella facciata

Nella facciata sono visibili tre bassorilievi, uno a destra e gli altri due a sinistra rispetto al rosone. In quello a destra è scolpito ''uno scudo a sei bande, affiancato dal profilo di un colle sulla cima del quale svetta un maniero'' collegato ad una torre attraverso una serie di sei arcate; nella parte inferiore del maniero si intravedono ''tre torri merlate raccordate da cortine murarie, anch'esse merlate''. Gli altri due bassorilievi ''raffigurano ciascuno uno stemma capovolto'': uno è apparentemente senza incisioni, l'altro presenta ''uno scudo con unica fascia spezzata a zig zag e laccetto''.

Il bassorilievo su cui è rappresentato il castello richiama il complesso di Acquafredda così come si ipotizza fosse durante il periodo pisano. Lo scudo, scolpito affianco all'immagine del castello, presenta delle similitudini con altri due stemmi, uno proveniente dalla torre di San Pancrazio e l'altro dal palazzo delle Seziate, entrambi attribuiti ad una famiglia pisana del XIV secolo. Non può essere quindi collegato, secondo Basciu, allo stemma dei Conti di Donoratico della Gherardesca, su cui era invece raffigurata l'aquila reale e che è stato rinvenuto nella parete esterna occidentale del castello.

Sulla base di queste osservazioni, Basciu suggerisce che ''i rilievi incorporati nella facciata della chiesa di S. Giorgio possano provenire proprio dal castello di Acquafredda. Non si può escludere tuttavia che questi materiali provengano dai fianchi della stessa chiesa romanica, demolita al momento della ricostruzione dell'edificio tardogotico. È certo invece che lo stemma a sei bande, affiancato al complesso fortificato, serva ad affermare la proprietà del castello. Resta da chiarire se il concio marmoreo (nel caso provenga da Acquafredda) vi fu portato per sottolineare il potere anche sulla villa di Siliqua o se al contrario fu utilizzato come materiale di spoglio, insieme agli altri due scudi, per essere poi intonacati e nascosti al fine di occultare per sempre l'insegna degli sconfitti a vantaggio dei vincitori''.

Conclusioni

''Il primo impianto della chiesa di S. Giorgio muove quindi dalla facciata romanica, costruita in base al sistema modulare quadrato con una suddivisione in sedici quadrati più piccoli.'' Tuttavia, dalle misure da lui stesso rilevate, base di m 8,13, altezza sino al campanile a vela di m 8,25, Basciu ritiene più probabile una ripartizione in rettangoli.

L'autore ipotizza, inoltre, che il campanile a vela quasi sicuramente si concludesse con una cuspide e che ci sia stato un innalzamento del lastricato della piazza, per cui è possibile che l'altezza della chiesa in origine fosse di 8,60 metri.

Dividendo questa misura in quattro si ottiene l'unità di misura conosciuta come canna pisana, pari a 2,15 m. Ciò potrebbe costituire una prima ''base comparativa per proporre l'origine della chiesa se messa a confronto con ulteriori analisi modulari di altri edifici romanici[1] […]. Alla luce di queste esposizioni si può proporre, per la chiesa di S. Giorgio a Siliqua, una cronologia d'impianto che oscilla tra la fine del XII - inizi XIII secolo''.

La chiesa, infatti, presenta una vivacità coloristica di ascendenza prettamente toscana, mentre sono del tutto assenti, almeno nella parte decorativa, quegli elementi stilistici tipici dell'architettura legata alla presenza dei monaci vittorini e alle maestranze pisane, che operarono nel giudicato di Cagliari tra la fine dell'XI e la seconda metà del XII secolo.

''La trasformazione dell'edificio romanico in forme tardogotiche avvenne successivamente all'affermazione degli Aragonesi, consolidatasi nella prima metà del XV secolo. Questo intervento edilizio teso a recuperare strutture preesistenti è anomalo nelle fabbriche delle parrocchiali, in quanto i nuovi dominatori costruirono i nuovi impianti, sulla scorta del gotico catalano, quasi sempre rispettando le chiese locali.

Se si accetta l'ipotesi proposta dalla tradizione orale che vede, nella chiesa di S. Anna, la prima parrocchiale di Siliqua e della quale abbiamo il documento che ne attesta una sua riedificazione nel 1481, si deve di conseguenza ritenere che prima di quella data l'edificio romanico di S. Giorgio aveva già subito la trasformazione in forme gotiche''.

La chiesa di S. Anna è stata costruita secondo lo schema gotico catalano: navata unica, presbiterio quadrangolare, tetto in legno a due falde su archi diaframma. ''Difficilmente essa ha un'origine romanica, a meno che le strutture del primo impianto non siano andate completamente distrutte''.

Basciu, pur accettando in parte la prima ipotesi, ritiene ''più plausibile riconoscere nella chiesa di S. Giorgio la prima parrocchiale di Siliqua in epoca medioevale; successivamente con l'avvento dei catalano-aragonesi si edificò ex novo, nella seconda metà del XIV, la nuova parrocchiale di S. Anna. Per ragioni sconosciute ad assurgere al ruolo di parrocchiale fu la chiesa di S. Giorgio, e questo non potè avvenire che nella prima metà del XV secolo trasformando e ampliando l'edificio romanico''.

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