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CULTURA E TURISMO

CULTURA E TURISMO

La vita privata

Concepito come fortezza, ben organizzato e sicuro, il castello di Acquafredda non era di certo una bella e comoda dimora principesca ; viverci non doveva sempre essere piacevole, soprattutto per chi era abituato alle comodità cittadine.

In tempo di pace, oltre ai piccoli lavori di manutenzione, vi si svolgevano le normali attività di ogni giorno: ''si mangiava, si giocava, ci si dedicava all'esercizio della caccia, facilmente praticabile intorno, probabilmente anche con i falchi'' che, nel medioevo, sembra fossero numerosi nel territorio.

Quando i conflitti non coinvolgevano direttamente il castello, la famiglia seguiva il castellano in quanto la carica gli imponeva la residenza. In questi casi la corte ed i servitori del castellano animavano la vita all'interno della fortezza, rendendo più sopportabile la lontananza dalla città.

Gli inventare ci permettono, sebbene in minima parte, di ricostruire gli spazi civili all'interno del castello. Nel mastio, al piano terreno, affacciata sul portico, si trovava la cucina. Vi erano i recipienti per impastare il pane, il tavolo per lavorarlo, le sporte per trasportarlo, gli orci per l'olio, recipienti vari di legno, i paioli.

I commensali consumavano i pasti su semplici tavoli, seduti sopra panche oppure, per stare vicino al fuoco, su ''grandi travi a mo' di cavalletto''.

All'interno della cucina vi era inoltre un grande camino usato sia per la cottura dei cibi sia come fonte di calore, ''che trasformava questa stanza in un caldo ambiente nel quale trascorrere le fredde giornate al riparo dalle intemperie''.

Alcune donne, appositamente residenti nel castello, preparavano il pane ed i pasti. Alla fine del Trecento ''si avvicendarono in questo compito Margherita e Maria. Erano loro ad impastare la farina ottenuta dal grano macinato nei diversi mulini presenti nella fortezza, cuocendolo poi in un nuovo forno costruito proprio in quegli anni dal muratore cagliaritano Pere Ballero, in sostituzione di quell'antico ormai enderrocatt ''.

Le provviste alimentari erano conservate nel magazzino: insieme al frumento, vi si trovavano le botti con il sale e con l'aceto, le fave, i fagioli e i prosciutti.

L'alimentazione nel castello non era molto diversa da quella delle città o delle ville: ''alla base di alimenti secchi e salati, quali cereali, carni, pesci, legumi e formaggi, garantiti dalla Corona per l'approvvigionamento militare, si aggiungevano le verdure fresche che potevano essere coltivate o acquistate nei centri vicini, la selvaggina e gli animali allevati nelle terre intorno. […] Quando gli assedi impedivano il regolare apporto di vettovaglie, il castello veniva rifornito delle scorte alimentari di base e di armi: piccole imbarcazioni salivano il corso del fiume Cixerri o dei carri seguivano sentieri secondari fino a giungere ai piedi della fortezza, ed eludendo durante la notte la sorveglianza degli assalitori, scaricavano cibi e armi, permettendo alle guarnigioni di resistere evitando che il castello venisse espugnato per fame''.

Oltre alla cucina, nel pian terreno del mastio, vi erano, separati da porte di legno, gli alloggi dei soldati e i magazzini.

I soldati, nella stanza a loro riservata, riposavano alcuni su letti, altri su dei pagliericci sistemati sopra tavole di legno (forse le vecchie porte). Vi erano cassapanche grandi e piccole, panche, mensole, qualche lume e la sela de privada cioè una sedia per la latrina.

Nei magazzini, come già detto, le armi e gli attrezzi erano riposti su mensole o custoditi dentro cesti, recipienti di legno o nelle cassapanche. Nell'inventario del 1351 ne compare una, chiamata caxa sardescha , chiusa da chiavistelli.

Al piano superiore si trovava la camera del castellano: un letto, con una panca posta forse ai piedi, una perxa ossia un appendiabiti per le vesti e le cinture e un lume per illuminare la stanza, componevano lo spartano arredamento. Come negli altri castelli, è probabile che la camera si affacciasse sulla sala dove, in genere, si trovava il camino, vicino al quale il castellano e la sua famiglia si raccoglievano.

Nel borgo vi erano diversi edifici tra cui un portico, un magazzino (composto da almeno tre vani), una sala, una casa.

La sala era, probabilmente, utilizzata dai soldati per mangiare; vi si trovavano, infatti, i tavoli, numerose panche, diversi sgabelli e sedie.

Gli inventari non citano locali riservati all'igiene personale: ''unici indizi sono la citata sela de privada che si trovava nel mastio, probabilmente all'interno della stanza dove dormivano i soldati, ed una tinozza che serviva per lavarsi'' che si trovava nel borgo.

I castellani, più volte, si lamentarono per le condizioni di vita che dovevano sopportare al castello: Ramon d'Ampurias perse l'incarico per non risiedervi regolarmente, mentre Dalmazzo de Jardi pagò a caro prezzo la sua dedizione alla corona.

Nominato castellano di Acquafredda nel 1355, vi si trasferì con tutta la famiglia. Tre anni dopo, fu costretto a chiedere al sovrano di poter soggiornare a Cagliari almeno sei mesi all'anno, poiché sia lui sia la moglie si trovavano in pessime condizioni di salute e due dei loro figli erano morti a causa delle condizioni igieniche del castello. ''Pietro IV accettò le richieste del fedele castellano concedendogli di stemperare la durezza della vita nella fortezza con gli agi della città''.

Solo alla fine della guerra con Arborea furono intrapresi dei lavori di restauro per rendere più accoglienti gli ambienti del castello. Nella primavera del 1400 operai cagliaritani rivestirono i pavimenti di alcune stanze con circa 300 piastrelle in cotto e ne imbiancarono le pareti. Le condizioni igieniche, comunque, non dovettero migliorare di molto, tant'è che, nell'agosto del 1407, l'amministratore del regno di Sardegna ordinò cibo e vino greco per i soldati ammalati.

Con la fine della guerra, cessato il tempo in cui Acquafredda svolgeva una importante funzione militare, i feudatari preferirono, alla vita nel castello, le comodità della vita cittadina. Questo fatto, unito agli alti costi di manutenzione, all'isolamento e alla scomoda posizione della fortezza, ne determinarono il progressivo abbandono e lasciarono quelle mura all'inclemente erosione del tempo.

documenti allegati
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Il castello di Acquafredda Formato PDF 1250 Kb

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