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CULTURA E TURISMO

CULTURA E TURISMO

La vita nel borgo

La vocazione militare del castello non impediva ai suoi abitanti di dedicarsi, benché marginalmente, ad altre attività. Nel borgo, infatti, vi erano le case, i magazzini, le stalle, i mulini e i frantoi.

''Per buona parte del Trecento sono presenti nelle fonti indizi che documentano lavori agricoli e presenza di animali da allevamento. Intorno al castello vi erano alcuni salti coperti dal manto boscoso dove il bestiame trovava riparo e pascolo; oltre gli alberi si stendevano i terreni coltivati o coltivabili. I prodotti ricavati, impossibili da quantificare, garantivano forse limitati introiti finanziari o, più semplicemente, contribuivano all'economia della fortezza''. L'importanza di queste attività e delle terre su cui si svolgevano si intuisce dalle contese ''sorte più volte nel medioevo tra i castellani di Acquafredda ed i feudatari dei territori confinanti''.

Nel 1339, ad esempio, Pietro IV d'Aragona dovette risolvere la controversia sorta tra Amoros de Ribelles, castellano di Acquafredda, e Raimondet de Libiá, feudatario di Siliqua. I due si contendevano un salto , con terre coltivabili e pascoli, che si estendeva tra il castello di Acquafredda e Siliqua. ''Libiá rivendicava il salto ritenendolo di pertinenza della sua villa ed accusava il Ribelles di averlo indebitamente incorporato alle terre del castello''.

L'origine della disputa risaliva all'epoca dell'infante Alfonso quando Bernardo de Libiá, avo di Raimondet, era sia castellano di Acquafredda sia signore della villa di Siliqua. Bernardo era riuscito inoltre ''ad ottenere la concessione personale di una importante parte dei territori circostanti il castello, che aveva incorporato alle altre concessioni feudali, cioè alle pertinenze della villa di Siliqua''.

In un primo momento il sovrano risolse la disputa riconoscendo i diritti di Raimondet de Libiá. Successivamente, nel 1358, data l'importanza di quei territori ''per lo svolgimento delle attività degli uomini che risiedevano'' nella fortezza e su sollecitazione del nuovo castellano Dalmazzo de Jardi, questa concessione fu annullata e il salto fu definitivamente riunito alle pertinenze del castello.

Erano utilizzati per la coltivazione non solo i vari territori appartenenti al castello ma anche quelli all'interno del borgo e alle pendici della fortezza. Il grano e i legumi seminati consentivano dei piccoli margini di autonomia e di guadagno. ''Quando la guerra infuriava, il presidio, conoscendo le difficoltà del regolare invio di rifornimenti, seminava il grano dentro la fortificazione ricavandone limitate quantità di prodotto che veniva pagato dalle autorità catalano aragonesi a prezzo di mercato o concordato. Fagioli, fave e aglio erano le altre specie più frequentemente coltivate e largamente consumate''.

A questo proposito i registri dell'amministrazione del Capo di Cagliari riportano alcune interessanti notizie. Nel 1387, tra la fine di agosto ed i primi di ottobre, in pieno periodo di guerra, una parte delle scorte per l'inverno di grano, olio, fave, formaggi, aceto fu acquistata sulla piazza di Cagliari ; il resto delle provvigioni di grano, aglio e fave erano stati culits en les faldes del dit castell. Questi prodotti, che molto probabilmente erano coltivati nei terreni all'esterno della fortezza, erano acquistati ad un prezzo leggermente inferiore rispetto a quelli di città: due denari in meno a starello per il grano e 2 soldi in meno per lo starello di fave.

Il grano era macinato con le macine e mulini presenti nella fortezza. L'inventario del 1338 descrive due mulini, uno dei quali si azionava con un mulo ed uno con il cavallo, e due macine. Nell'inventario del 1351 troviamo citati quattro mulini sardeschi , due nel mastio e due nel borgo; qui inoltre ve n'era uno azionato da un cavallo.

Un particolare che colpisce è la distinzione tra i mulini semplici e quelli sardeschi. L'aggettivo sardesco indicava un particolare tipo di mulino, diffuso in tutta la Sardegna, di dimensione ridotte, rispetto ai mulini semplici, che poteva essere posto anche all'interno delle case. ''è probabile che si trattasse delle antiche macine granarie in uso nell'isola fin dai tempi romani, rimaste immutate nei secoli fin quasi ai nostri giorni […], macchine semplici, poco ingombranti, composte da pochi elementi di pietra azionati dalla forza di un asino; ancor oggi, benché ormai abbandonate, sono facilmente visibili nelle aie delle case contadine della Sardegna''.

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Il castello di Acquafredda Formato PDF 1250 Kb

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