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LE CHIESE


San Giorgio Martire

San Giorgio

SAN GIORGIO - CAMPANILE

La parrocchiale di Siliqua, intitolata a San Giorgio martire, si trova nel centro storico del paese, quasi di fronte al Monte Granatico.

Lo studio più completo, dedicato alla chiesa, è quello condotto da Stefano Basciu in La Chiesa di San Giorgio a Siliqua, pubblicato nel XXXII volume della rivista “Studi Sardi” nel 1999, in cui ne viene ricostruita l'evoluzione dal primo impianto romanico fino ai lavori di restauro del 1984.

Le notizie di seguito riportate sono tratte dal suddetto lavoro.

Tre sono le date da cui non si può prescindere per la ricostruzione dell'evoluzione architettonica della chiesa: termine ante quem il 1594, anno della prima attestazione documentata nei Quinque Libri; il 1614, in cui furono costruite le cappelle laterali vicino al presbiterio; infine il 1777, data in cui l'edificio risulta già configurato come oggi.

La chiesa, dato il suo impianto romanico, risale al medioevo, sebbene non ci sia pervenuta alcuna fonte documentaria che ne attesti l'esistenza in quel periodo. Non si ha alcuna testimonianza scritta neppure della sua trasformazione in forme tardo gotiche, cioè con un'unica navata, una cappella presbiteriale e quattro cappelle per lato.

“Il prospetto principale si presenta tripartito con tre ingressi architravati privi di decorazione architettonica; solo quello centrale, più ampio rispetto ai due laterali, è inquadrato da un esile modanatura che segna gli stipiti e l'architrave su mensole arrotondate”. Per quanto riguarda gli ingressi laterali, quello a destra esisteva già dal 1727. Nello stipite, infatti, è possibile leggere: 1727 LUIS MURRU. Quello a sinistra è posteriore al 1761, stando a quanto si legge nell'inventario delle chiese di Siliqua redatto in quell'anno per ordine dell'Arcivescovo di Cagliari Tomaso Ignazio Maria Natta. Risulta, infatti, che all'epoca la chiesa avesse due sole porte, una grande al centro della facciata e l'altra piccola dalla parte dell'epistola, ossia a destra del portone centrale.

La parte centrale della facciata “è in forma quadrata a terminale orizzontale segnato da cornice, mentre le due ali trapezoidali hanno terminali a spioventi”. Al centro, il rosone dà luce alla chiesa: dal “circolo centrale quadrilobato […] si irradiano dodici raggi che formano otto petali lobati. Alla sinistra si affianca il campanile con base a canna quadrata su cui si imposta la cella campanaria, a sezione ottagonale, forata da monofore in ciascun lato. La torre si conclude con una cupola emisferica su spessa cornice aggettante”.

L'impianto romanico: la facciata

“La rimozione degli intonaci della parte mediana della facciata, avvenuta nel corso dei lavori di restauro del 1984, ha messo in luce l'antico paramento murario, consentendo l'individuazione di strutture pertinenti al primo impianto dell'edificio.

Si individuano due fasi costruttive: nella prima si delinea una facciata a due spioventi e coronata da un campanile a vela a due luci; nella seconda si rileva il sopraelevamento sulle falde del muro, per rendere il prospetto quadrato. Nella prima fase l'opera muraria è in conci squadrati di media pezzatura e di materiali diversi, quali calcare, tufo, trachite e granito, disposti a filari secondo la tecnica dell'opus quadratum. Nel secondo intervento il materiale utilizzato è di pezzatura maggiore rispetto al precedente e i conci in calcare bianco sono messi in opera sia in orizzontale sia in verticale”.

Dall'analisi della struttura muraria è emersa l'opera policroma dell'impianto romanico sebbene non del tutto apprezzabile a causa dell'erosione dei materiali. “Il basamento è costituito da tre filari in tufo cui si alternano un filare in trachite rossastra, altri tre in tufo e due in granito. A metà della facciata i conci bianchi, grigi e rossastri si dispongono in modo irregolare sino alla base di un falso timpano spezzato, interamente in pietre grigie. Questa particolare attenzione policroma su linee orizzontali richiama modelli toscani attestati in Sardegna nell'area centro-settentrionale […]; per quando riguarda il Meridione dell'Isola questi effetti cromatici, così geometricamente definiti, sono sconosciuti. Il campanile a vela, tamponato da materiale litico e laterizio e forato dal rosone circolare, risulta segnato a metà delle luci da due simmetrici conci grigi”.

Oggi, in seguito ai restauri del 2001, non sono più visibili nè le differenze tra le due fasi costruttive nè il gioco di colori di cui Basciu parla, poichè la facciata è stata quasi interamente intonacata. Sono state, invece, riportate alla luce le due celle dell'antico campanile a vela, liberate dal pietrame con cui erano state murate.

Analizzando la struttura architettonica della facciata, apparentemente inscrivibile in un quadrato seppure imperfetto, e data la somiglianza con quella della chiesa di San Giorgio a Decimoputzu (fine XI sec.), Basciu avanza l'ipotesi che, in origine, essa si presentasse con “un portale architravato e forse lunettato e sormontato da una bifora”. Tuttavia a Siliqua, a differenza di Decimoputzu, non si individua la sagoma di un profilo a salienti, tipica di un struttura a tre navate, bensì un prospetto a capanna con campanile a vela a due luci. Da ciò Basciu deduce che la struttura originaria della chiesa fosse a navata unica.

La fase tardogotica

Per la ricostruzione della chiesa tra la fine del XVI e la seconda metà del XVIII secolo, Basciu si è avvalso di materiale d'archivio edito e inedito che gli ha consentito di effettuare una lettura formale dell'edificio e di precisare “l'entità di alcuni interventi edilizi di tipologia tardogotica, effettuati in questo arco di tempo”.

“La prima attestazione della parrocchia intitolata a S. Giorgio risale al 1594. In un decreto redatto il 13 maggio del 1604, a seguito della visita pastorale dell'arcivescovo De Esquivel, vengono emanate disposizioni sulle funzioni religiose e amministrative della parrocchia.[…] Il 25 agosto del 1614 viene stipulato a Cagliari l'atto per la costruzione, nella chiesa di S. Giorgio in Siliqua, di due cappelle dedicate rispettivamente alla Madonna del Rosario ed al Crocifisso. Nel 1777 l'edificio risulta provvisto di nove altari compreso l'altare maggiore; ne deriva quindi una configurazione iconografica come quella odierna, a navata unica, quattro cappelle per lato e cappella presbiteriale.

È bene precisare da subito che probabilmente l'impostazione planimetrica gotico-catalana della chiesa di S. Giorgio in Siliqua, come per numerose chiese sarde sorte tra il XV e il XVI secolo, fu a navata unica, con cappella presbiteriale e senza cappelle ai lati.

L'aula è divisa in quattro campate da tre archi diaframma a sesto acuto che sorreggono una copertura lignea a due falde […]. L'arco di accesso alla cappella presbiteriale, nervato nell'intradosso, scarica su semicolonne addossate ai robusti pilastri cruciformi. Accettando l'ipotesi di un primo impianto a navata unica senza cappelle laterali, dobbiamo di conseguenza ritenere che in origine gli altri archi diaframma poggiassero su paraste addossate ai contrafforti esterni. I pilastri cruciformi che vediamo oggi sarebbero il risultato funzionale alla successiva apertura delle cappelle laterali” edificate in tempi diversi.

Il presbiterio ha pianta quasi quadrata con volta a crociera e costolonata; “la trama delle nervature disegna una stella a quattro punte con altrettante quattro gemme pendule oltre quella centrale. Ai quattro angoli le costolonature scaricano su esili peducci fitomorfi. Le gemme presentano decorazioni classicheggianti date da cornici a motivi vegetali che racchiudono la rosetta baccellata; nella gemma principale è inciso il simbolo eucaristico JHS”.

Al centro del presbiterio, sopraelevato rispetto alla navata, originariamente chiuso da una balaustra (oggi nella chiesa di Sant'Anna), è posto l'altare maggiore in marmi policromi datato 1753. Sul bordo della mensa, infatti, si legge: OCULI MEI ERUNT APERTI ET AURES MEAE ERECTAE AD ORATIONEM EIUS QUI IN LOCO ISTO ORAVERIT LIB. II PARALIP. CAP. VII AN. DNI 1753. Secondo l'inventario del 1761 nella nicchia era collocata la statua della Vergine delle Grazie.

“All'angolo del presbiterio si conservano due capitelli sovrapposti, di cui il primo ha base circolare, kyma ionico con quattro ovuli per ciascun lato e abaco quadrato; al posto delle quattro volute sono scolpite delle faccine umane. Il secondo capitello è stato scavato all'interno per essere adattato ad acquasantiera”. Il manufatto, probabilmente seicentesco, è in calcare bianco.

Le cappelle laterali più vicine al presbiterio sono dedicate, quella a destra al Crocifisso, quella a sinistra alla Madonna del Rosario, e “sono da identificare con quelle attestate nel già citato documento del 1614”. L'atto con cui fu commissionato il lavoro di edificazione precisa che le due cappelle dovessero avere cinque chiavi di volta e gli altari in pietra. “In una cappella dovevano essere dipinte le immagini della Madonna del Rosario, nell'altra le immagini del Crocifisso. […] La costruzione fu affidata ai picapedrers di Lapola Sebastiano Cau e Giovanni Pintus, i quali risultano chiamati anche per la costruzione della cappella di S. Antioco nella chiesa di S. Pietro in Assemini (31 gennaio 1618), e per i lavori di ampliamento della chiesa parrocchiale di Villasor (4 dicembre 1629)”.

Entrambe le cappelle “sono voltate a crociera e costolonate, con trama stellare a quattro punte e cinque gemme pendule. In quella del Rosario, nella gemma di chiave, è rappresentata la Madonna col rosario in mano; in quella del Crocifisso sono raffigurati nelle gemme minori i simboli della Passione (la scala, la lancia, la freccia, il chiodo, la mano con la palma del martirio e la croce), mentre nella gemma centrale è il Cristo crocifisso […].

La seconda cappella a sinistra partendo dall'altare, dedicata all'Assunta, è voltata a crociera semplice, senza nervature; sono invece voltate a botte se pure con altezze diverse, le altre cappelle: di S. Lucia e del Battistero (rispettivamente la terza e quarta a sinistra), dell'Immacolata, del Sacro Cuore e della Madonna del Carmelo (seconda, terza e quarta a destra)”. Quest'ultima, secondo l'inventario del 1761, era dedicata alle anime del purgatorio e, ancora oggi, c'è chi la chiama sa cappella ‘e is animasa (la cappella delle anime). All'interno, stando sempre all'inventario, era esposto un dipinto con l'immagine di Nostra Signora del Carmelo e delle anime del purgatorio dentro le fiamme di cui è rimasta memoria nella popolazione sino ad oggi, essendo stato bruciato intorno al 1960.

Il pulpito in marmo, costruito nel 1956, addossato al pilastro che separa la cappella voltata a vela con quella del Rosario, era in origine in pietra lavorata. Ad esso si accede tramite una piccola scala circolare costruita forando il pilastro e sacrificando la parte finale della costolonatura e il peduccio di scarico della volta nella cappella del Rosario.

Le cappelle sono messe in comunicazione tra di loro da basse arcate a tutto sesto; si aprono all'aula, le prime quattro, con archi a sesto acuto modanati nell'intradosso, le altre con archi a tutto sesto privi di modanature.

I rilievi scultorei incorporati nella facciata

Nella facciata sono visibili tre bassorilievi, uno a destra e gli altri due a sinistra rispetto al rosone. In quello a destra è scolpito “uno scudo a sei bande, affiancato dal profilo di un colle sulla cima del quale svetta un maniero” collegato ad una torre attraverso una serie di sei arcate; nella parte inferiore del maniero si intravedono “tre torri merlate raccordate da cortine murarie, anch'esse merlate”. Gli altri due bassorilievi “raffigurano ciascuno uno stemma capovolto”: uno è apparentemente senza incisioni, l'altro presenta “uno scudo con unica fascia spezzata a zig zag e laccetto”.

Il bassorilievo su cui è rappresentato il castello richiama il complesso di Acquafredda così come si ipotizza fosse durante il periodo pisano. Lo scudo, scolpito affianco all'immagine del castello, presenta delle similitudini con altri due stemmi, uno proveniente dalla torre di San Pancrazio e l'altro dal palazzo delle Seziate, entrambi attribuiti ad una famiglia pisana del XIV secolo. Non può essere quindi collegato, secondo Basciu, allo stemma dei Conti di Donoratico della Gherardesca, su cui era invece raffigurata l'aquila reale e che è stato rinvenuto nella parete esterna occidentale del castello.

Sulla base di queste osservazioni, Basciu suggerisce che "i rilievi incorporati nella facciata della chiesa di S. Giorgio possano provenire proprio dal castello di Acquafredda. Non si può escludere tuttavia che questi materiali provengano dai fianchi della stessa chiesa romanica, demolita al momento della ricostruzione dell'edificio tardogotico. È certo invece che lo stemma a sei bande, affiancato al complesso fortificato, serva ad affermare la proprietà del castello. Resta da chiarire se il concio marmoreo (nel caso provenga da Acquafredda) vi fu portato per sottolineare il potere anche sulla villa di Siliqua o se al contrario fu utilizzato come materiale di spoglio, insieme agli altri due scudi, per essere poi intonacati e nascosti al fine di occultare per sempre l'insegna degli sconfitti a vantaggio dei vincitori”.

Conclusioni

“Il primo impianto della chiesa di S. Giorgio muove quindi dalla facciata romanica, costruita in base al sistema modulare quadrato con una suddivisione in sedici quadrati più piccoli.” Tuttavia, dalle misure da lui stesso rilevate, base di m 8,13, altezza sino al campanile a vela di m 8,25, Basciu ritiene più probabile una ripartizione in rettangoli.

L'autore ipotizza, inoltre, che il campanile a vela quasi sicuramente si concludesse con una cuspide e che ci sia stato un innalzamento del lastricato della piazza, per cui è possibile che l'altezza della chiesa in origine fosse di 8,60 metri.

Dividendo questa misura in quattro si ottiene l'unità di misura conosciuta come canna pisana, pari a 2,15 m. Ciò potrebbe costituire una prima “base comparativa per proporre l'origine della chiesa se messa a confronto con ulteriori analisi modulari di altri edifici romanici[1] […]. Alla luce di queste esposizioni si può proporre, per la chiesa di S. Giorgio a Siliqua, una cronologia d'impianto che oscilla tra la fine del XII - inizi XIII secolo”.

La chiesa, infatti, presenta una vivacità coloristica di ascendenza prettamente toscana, mentre sono del tutto assenti, almeno nella parte decorativa, quegli elementi stilistici tipici dell'architettura legata alla presenza dei monaci vittorini e alle maestranze pisane, che operarono nel giudicato di Cagliari tra la fine dell'XI e la seconda metà del XII secolo.

“La trasformazione dell'edificio romanico in forme tardogotiche avvenne successivamente all'affermazione degli Aragonesi, consolidatasi nella prima metà del XV secolo. Questo intervento edilizio teso a recuperare strutture preesistenti è anomalo nelle fabbriche delle parrocchiali, in quanto i nuovi dominatori costruirono i nuovi impianti, sulla scorta del gotico catalano, quasi sempre rispettando le chiese locali.

Se si accetta l'ipotesi proposta dalla tradizione orale che vede, nella chiesa di S. Anna, la prima parrocchiale di Siliqua e della quale abbiamo il documento che ne attesta una sua riedificazione nel 1481, si deve di conseguenza ritenere che prima di quella data l'edificio romanico di S. Giorgio aveva già subito la trasformazione in forme gotiche”.

La chiesa di S. Anna è stata costruita secondo lo schema gotico catalano: navata unica, presbiterio quadrangolare, tetto in legno a due falde su archi diaframma. “Difficilmente essa ha un'origine romanica, a meno che le strutture del primo impianto non siano andate completamente distrutte”.

Basciu, pur accettando in parte la prima ipotesi, ritiene “più plausibile riconoscere nella chiesa di S. Giorgio la prima parrocchiale di Siliqua in epoca medioevale; successivamente con l'avvento dei catalano-aragonesi si edificò ex novo, nella seconda metà del XIV, la nuova parrocchiale di S. Anna. Per ragioni sconosciute ad assurgere al ruolo di parrocchiale fu la chiesa di S. Giorgio, e questo non potè avvenire che nella prima metà del XV secolo trasformando e ampliando l'edificio romanico”.

Sant'Anna

La chiesa di Sant'Anna è di particolare interesse in quanto testimonianza dell'architettura della prima età aragonese in Sardegna. Di essa non si conoscono nè la data di fondazione nè quella di 

Sant'Anna

SANT'ANNA

consacrazione, ma è certo che esistesse già prima del 1481, perchè un documento di quell'anno ne attesta i lavori di riedificazione essendo la chiesa preesistente completamente in rovina.

Pur modesta quanto a impegno e risultato edilizio, la chiesa costituisce un episodio architettonico tipico della completa assimilazione, da parte di maestranze locali, degli elementi culturali trasmessi da quelle catalane trasferitesi in Sardegna e impegnate nel territorio.

È interamente concepita secondo lo schema gotico catalano: in pietra, ha un'unica navata con pianta a croce latina per la successiva apertura di due cappelle contrapposte in prossimità del presbiterio quadrangolare. “La cappella presbiteriale originaria è andata distrutta e oggi si individuano solo i conci di base nel retroprospetto; il presbiterio attuale altro non è che l'ultima campata della chiesa”.

La costruzione è caratterizzata da archi diaframma a sesto acuto che sostengono il tetto di legno ricoperto di tegole. In una trave è riportata l'iscrizione 1765 Anton Armas.

Le basi degli archi non sono parallele, segno che la chiesa è stata più volte sul punto di crollare. La facciata conserva il prospetto a terminale piatto e merlato sul margine posteriore con un piccolo oculo al di sopra del portale. La chiesa ha due ingressi: uno nella facciata, l'altro, più piccolo, si apre su via Garibaldi.

Secondo l'inventario del 1761, risulta che nell'altare maggiore vi fosse un retablo, in cui erano dipinte scene della vita, della passione, della morte di Cristo e altre immagini degli Apostoli, e tre nicchie. In quella centrale, provvista di vetrata e tendine, vi era la statua di Sant'Anna; nelle nicchie laterali vi erano San Raimondo Nonnato e Santa Rosa da Viterbo.

Oggi, al posto del retablo c'è un altare ligneo che risale al 1765 opera dell'illustre scultore Antioco Diana. Nella mensa è riportata la seguente scritta: Expenssis. Nob. D. Gajetani Cardia simul.q.r Anton Armas 1766. L'altare è caratterizzato da decorazioni dorate, per lo più floreali, su uno sfondo nero e verde scuro. Nella nicchia centrale vi è la statua di Sant'Anna con la Madonna bambina, in quella di destra quella di San Giacomo Apostolo, in quella di sinistra Sant'Isidoro agricoltore.

Nell'arco sul presbiterio si trova uno stemma raffigurante una mano che stringe delle spighe di grano.

Per quanto concerne le cappelle laterali, voltate a botte, erano dedicate, secondo l'inventario, una a San Paolo Apostolo e l'altra a Santa Chiara. Nella prima si trovavano almeno due nicchie con l'immagine di San Giacomo e di San Vito; nell'altra ve ne erano tre con le immagini di Santa Chiara, Santa Margherita e Santa Lucia.

Oggi, sull'altare della cappella destra sono sistemate quattro statue: la Madonna della difesa, Santa Filomena e altre due Madonne, una delle quale coperta con un velo bianco. Sull'altare della cappella sinistra vi sono le statue di San Giovanni Battista, San Marco, Santa Lucia, l'Addolorata, Gesù Bambino e Santa Maria. Nella cappella è anche sistemato un cocchio con Sant'Antonio abate. Quasi tutte le statue conservate sono in legno rivestite con abiti in stoffa.

La chiesa ha un campanile ordinario a vela, un tempo con scala esterna portatile e in legno, e una campana (nel 1761 erano due). Vi è, inoltre, una sagrestia, con tetto in tegole senza assito.

Oggi in ciascuna parete della navata è visibile una nicchia: in quella a destra dell'ingresso è posta la statua di San Daniele francescano, in quella a sinistra si trova la statua di San Salvatore da Horta. Di queste nicchie non si ha notizia nell'inventario che fa, invece, riferimento ad un altare posticcio dedicato a San Francesco d'Assisi, la cui immagine era riposta nella nicchia dentro il muro con vetrata e tendina di seta.

Si ha notizia di alcuni altari in legno nel presbiterio e due in mattoni nell'aula, che furono demoliti nel 1928 per ordine dell'Arcivescovo.

Secondo la tradizione orale, Sant'Anna fu la prima chiesa ad essere titolata Parrocchia.

Sant'Antonio

La chiesa di Sant'Antonio si trova nelle vicinanze della Parrocchia e risale anch'essa al periodo della dominazione aragonese; ricorda, infatti, nelle merlature e nel campanile a vela lo stile della chiesa

Sant'Antonio

SANT'ANTONIO

 di Sant'Anna. Ha quattro ingressi: il portone principale che si apre sulla piazza, un altro ingresso sul lato sinistro rispetto al portone, e due nella Sagrestia, uno che si affaccia su Via Mannu, l'altro sul cortile.

Nel presbiterio vi sono tre nicchie: in quella sopra l'altare è posta la statua di Sant'Antonio, in quelle laterali sono esposte le statue del Sacro Cuore e di Santa Cecilia. Alla base dell'altare è incisa una scritta EXPENSIS ECLESIAE PRÔRE NOTT. GEORGIO MAGHONY AŃO. DŃI 1768.

Nell'inventario del 1761 è così descritta: “Al centro della Villa vi è anche eretta la chiesa dedicata a S. Antonio di Padova; è costituita da una navata costruita alla moderna; il suo tetto è in tavole e tegole, con due porte, una grande nella parte anteriore e un'altra piccola dalla parte del Vangelo; il suo campanile è ordinario con la sua scala all'esterno, portatile, e due campane piccole. Questa chiesa ha un solo altare con una nicchia al centro provvista di vetrata e velo, dove si trova l'immagine di detto S. Antonio a mezzo busto, e un'altra immagine dello stesso Santo, a corpo intero, al lato dell'altare. Si ignora chi e quando si sia costruita. Non ha dote, tuttavia la sua festa si celebra il 13 giugno a spese della Comunità. Questa chiesa è larga 26 palmi, lunga 63 e alta 20”. Considerando che un palmo corrisponde a circa 25 centimetri, la chiesa era approssimativamente larga 6,50 m., lunga 17,75 m. e alta 5 m.

San Sebastiano

San Sebastiano

SAN SEBASTIANO - CAMPANILE

San Sebastiano si trova nella piazza Martiri, di fronte al monumento dei caduti. L'edificio, attualmente, presenta una facciata segnata da una cornice a doppia inflessione e muratura a vista. È costituita da un'unica navata, di modeste dimensioni, sicuramente secentesca con lesene interne destinate a sostenere archi traversi per la copertura, che sono rimaste interrotte al livello dei capitelli. Oltre all'ingresso principale sulla piazza, ve ne sono altri due ai lati della chiesa.

Nella parte destra della facciata si trova una placca di ferro posta dall'Istituto Geografico Militare che indica la quota altimetrica di Siliqua pari a 66 metri sul livello del mare e la scritta caposaldo di livellazione. Istituto Geografico Militare.

In origine la chiesa aveva una struttura molto più articolata che può essere ricostruita tramite l'inventario del 1761. “Ad oriente della Villa vi è la chiesa dedicata a San Sebastiano, la quale è costituita da tre navate di ordinaria fattura con un tetto di tavole e tegole, con due porte, una grande nella parte anteriore e un'altra piccola dal lato dell'epistola. È larga 42, lunga 42 e alta 12 palmi. Non ha che un altare con la sua nicchia, vetrata e velo e un retablo; in questo vi sono dipinti un Santo Cristo, San Sebastiano e Santa Giuliana, e nella nicchia vi si trova l'immagine di detto S. Sebastiano; la cui festa si celebra il 20 gennaio, e il terzo martedì di settembre a spese della Comunità. Ha il suo campanile, ordinario, con una campana piccola e una scala portatile dalla parte esterna e una sua tettoia sul davanti. Non ha dote, nè si sa chi, nè quando sia stata fondata, nè se sia stata consacrata”.

La tettoia esisteva ancora ai primi del novecento.

San Giuseppe Calasanzio

Fu edificata, nel 1754, dal sacerdote Giuseppe Serra sotto il diverso titolo del Santissimo nome di Maria e ubicata nell'omonimo rione di San Giuseppe.

Dall'inventario del 1761 la chiesa risultava distante mezzo miglio dal paese. Era costituita da una navata larga, pressappoco, 6,50 metri, alta 5 e lunga 12.

Il tetto era in canne e tegole senza assito, escluso il tratto occupato dall'altare ricoperto di tavole. Aveva un unico altare, con una nicchia dove era posta la statua del beato Giuseppe Calasanzio e nella parte più alta il dipinto del Nome di Maria con vetrata e velo.

I due ingressi si aprivano uno sulla facciata e l'altro sul lato destro. Il campanile era ordinario senza campane e senza scala.

La sacrestia, di ordinaria costruzione, aveva una finestrella con rete in legno ma senza vetri. Vi era una cassapanca in castagno, dove si conservava tutto ciò che occorreva allo svolgimento delle funzioni religiose: un camice, due casule con le loro stole e manipoli (una ordinaria l'altra di seta), copricalice e calice (in ottone e in d'argento dorato), patena in argento dorato, una campanella di rame, ampolline di vetro.

Dall'inventario risulta che la chiesa fu benedetta l'anno successivo alla sua fondazione voluta dal curato di Siliqua Giuseppe Serra per concessione, datata 20 agosto 1754, dell'Arcivescovo di Cagliari, Giulio Cesare Gandolfi. In virtù di questo decreto il parroco sottoscrisse l'atto di dote che fu poi precisato nel quinto inventario dal notaio Giuseppe Puxeddu Ciccu di Siliqua il 20 settembre 1754.

 

Chiese campestri 


San Giacomo di Stia Orro

Questa chiesa apparteneva ad un antico centro abitato di epoca medievale. Nelle sue vicinanze sono ancora visibili i ruderi di un antico convento costruito probabilmente dai padri vittorini di Marsiglia intorno all'XI secolo.

San Giacomo

SAN GIACOMO

Esempio di un'architettura minore, probabilmente di origine monastica, la chiesa è formata da un nucleo centrale più antico di forma rettangolare orientata con l'altare verso est. Le murature sono in pietrame, legato con malta di pessima qualità ma, in alcuni tratti, si intravedono conci in pietra da taglio ben lavorata.

La facciata sulla quale si apre una porta ad arco è successiva e risale alla prima metà del 1600. Sovrastano il portale d'ingresso una piccola finestra ottagonale e un campanile a vela. Davanti e sul lato destro si sviluppava un loggiato formato da pilastri quadrangolari uniti da un parapetto; in seguito la parte destra del loggiato fu inglobata nella chiesa per formare locali di sosta per i fedeli e sul fondo per ricavarne una piccola sagrestia. All'interno della chiesa un'antica acquasantiera reca una scritta non completamente leggibile.

Nei pressi della chiesa si trovano due fonti, sa mitza de santu Iaccu e sa mitza de Danielli.

Fino al 1930 circa era consuetudine portare in processione, insieme a San Giacomo, il simulacro di Santa Barbara. Entrambi, come testimonia un'antica preghiera, erano invocati contro le tempeste. Di essa esistono due versioni; la prima, riportata in una lettera al Vicario Generale scritta dal parroco di Siliqua, Eugenio Cossu, il 28 luglio 1933, recita: Sant' rabara e Santu Iaccu, bosu portais is crais de lampu bosu portais is crais de ceu, ne' tronu, ne' lampu, ne' temporada mai non tochinti a fillu allenu. La seconda versione, tramandata oralmente, è quella più diffusa: Santa Brabara e Santu Iaccu, bosu portais is crais de lampu, bosu portais is crais de ceu, no toccheis a fillu allenu, nè in dommu (bidda) nè in su sattu, Sant' Brabara e Santu Iaccu.

Santa Margherita

La chiesa di Santa Margherita si trova a poca distanza dal castello di Acquafredda.
Secondo l'inventario del 1761, fu ricostruita a spese del nobile don Gaetano Cardia nel 1758.

Santa Margherita

SANTA MARGHERITA

L'edificio presentava già da allora una navata unica e il tetto in tegole e tavole di legno: “È larga 21 palmi, alta 23, lunga 55[1]; ha una porta nella parte anteriore, e un campanile ordinario senza campana nè scala”. All'interno della chiesa vi era un solo altare con una nicchia in cui era esposta l'immagine della Santa.

Oggi, anche dopo il restauro, nel 1947, ad opera dei ferrovieri delle ferrovie meridionali, presenta forme gotico catalane con facciata a terminale piano orlato di merlatura che risale probabilmente al 1600.

Chiese distrutte


San Marco

Della chiesa di San Marco, di cui oggi rimangono solo pochi ruderi, non si conosce nè quando nè da chi fu edificata.

Grazie all'inventario è però possibile ricostruirne la struttura. Aveva un'unica navata, il tetto in canne e tegole senza assito. Era larga circa 5 metri, alta 3,50 e lunga circa 9. Aveva due porte, una grande sulla facciata e una piccola dalla parte dell'epistola, un campanile piccolo e ordinario senza campana e scala, altare senza retablo.

Era consuetudine conservare la statua del Santo in parrocchia per tutto l'anno e portarla, in processione, nella sua nella chiesa solo per la festa, il 25 aprile. Oggi è conservata nella chiesa di Sant'Anna.

L'uso della chiesa fu interdetto dal Canonico Ignazio Vincy il 24 maggio 1760 poichè il tetto era pericolante. Essa non fu probabilmente ristrutturata e lentamente andò in rovina: infatti, già in un documento del 1777, conservato presso l'Archivio della Curia Arcivescovile di Cagliari, non risulta più citata tra le chiese rurali di Siliqua.

Santa Maria

I ruderi della chiesa di Santa Maria si trovano a pochi chilometri dal paese nella località chiamata anticamente salto cabalis e oggi nota col nome di Gibasoli.

Fu edificata, in epoca medievale, secondo gli schemi dell'architettura romanica sopra le rovine di un edificio termale di età romana. Vicino sono visibili i resti del ponte e dell'acquedotto romano.

Col nome di Santa Maria cabales è citata tra le chiese di Siliqua nel decreto redatto il 13 maggio del 1604 dopo la visita pastorale dell'arcivescovo De Esquivel; nell'inventario del 1761 risulta, invece, dedicata a Nostra Signora di Monserrato.

Anche per questa chiesa, come per San Marco, è possibile, grazie all'inventario, capire quale fosse la sua struttura architettonica.

Era costituita da un'unica navata con tetto in serradizzos e tegole. Nel 1761 la parte sopra l'altare fu coperta con tavole in legno. Larga e alta circa 4 metri, lunga circa 10, aveva due porte, una grande nella facciata e una piccola dalla parte dell'epistola. Non possedeva nè campana nè scala. Davanti e nella parte del Vangelo, ossia a sinistra rispetto all'altare, aveva una tettoia.

Santa Barbara

Nei pressi del castello di Acquafredda vi era la chiesa dedicata a Santa Barbara, citata in alcuni antichi documenti risalenti all'epoca giudicale. Da essi risulta che la ecclesiam sanctae Barbarae de Aquafrigida fu donata ai monaci vittorini di Marsiglia nel 1089 da Costantino, giudice di Cagliari. Un documento successivo, datato 22 aprile 1090, riconferma la donazione da parte dell'arcivescovo di Cagliari Ugone, il quale aggiunse alla chiesa di Santa Barbara anche quella di Santa Maria: simili etiam modo dono atque concedo ecclesiam [...] Sanctae Mariae et Sanctae Barbarae de Aqua frigida. Tale donazione fu ulteriormente confermata in documenti del 1119, 1120, 1141, 1183 e 1218.

La chiesa di Santa Barbara risulta elencata nell'inventario dei beni dei vittorini ancora nel 1338 e amministrata dal presbitero Raimondo, parroco di Villanova di Saruis.

Diverse sono le ipotesi sull'esatta ubicazione della chiesa. Da alcuni documenti, datati 1215, 1216, 1238, si può dedurre l'esistenza di una cappella sul monte del castello. In alcuni di essi è citato il prebiteru Iohanni Spina capellanu miu de su Monti de Aguafriida, in altri Benitu castellanu de su Monti de Aquafriida (castellanu è probabilmente un errore e va letto cappellanu, secondo Gianni Serreli, Simona Sitzia e Stefano Castello autori di La Curadoria del Sigerro). La cappella ricordata in questi documenti potrebbe essere la chiesa di Santa Barbara.

Un'altra ipotesi, non confermata, la identifica con l'attuale chiesa di Santa Margherita, anche se il ritrovamento di un capitello e di alcuni elementi architettonici all'interno della cinta muraria, durante gli scavi del 1999, introducono una nuova ipotesi di ubicazione della chiesa.

 

Altre chiese


Nel territorio di Siliqua risulta siano esistite anche le chiese dedicate a San Pietro, a San Gemiliano, a Sant'Elena e a San Giovanni Saruis.

Quest'ultima chiesa si trovava probabilmente a Villanova Saruis, villaggio medievale attestato per la prima volta intorno al 260 d.C., di cui sono ancora oggi visibili le rovine, in prossimità del lago artificiale di Genna is abis, sul Cixerri.


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