Nascita e morte, anticamente, avvenivano davanti al focolare. Per questo motivo e soprattutto per il fatto che le famiglie di un tempo erano allargate e comprendevano spesso i nonni o comunque parenti anziani, la morte era un evento familiare, faceva parte ed era sperimentata nelle vita di ogni giorno.
Anche in questo caso vi era una serie di consuetudini e di rituali che fino a non molto tempo fa erano rigidamente rispettati.
Quando i parenti si rendevano conto che il malato era in punto di morte, chiamavano il prete po donai s'ollu santu , affinché desse l'olio santo, cioè l'unzione degli infermi.
Al defunto, per prima cosa, si lavava il viso che poi era coperto con un fazzoletto affinché eventuali movimenti degli occhi e della bocca non spaventassero chi si occupava di vestirlo per il funerale. In genere si metteva l'abito delle nozze o, in caso non l'avesse più o non si fosse mai sposato, su bistiri bellu , il vestito della festa.
Era spogliato di ogni oggetto d'oro o d'argento, come la fede, l'orologio, la catenina. Alla donna si toglievano anche gli orecchini: spesso era lei stessa che sceglieva, quando ancora era in vita, la persona che glieli avrebbe tolti, perché questa ne sarebbe divenuta la proprietaria. In genere, era la prima figlia femmina oppure la nipote più grande.
Al defunto facevano indossare, inoltre, gli oggetti rappresentativi delle eventuali confraternite o associazioni religiose o civili, di cui, in vita, era stato membro; per esempio, lo scapolare della Madonna del Carmelo, la medaglia e il nastro rosso del Sacro Cuore.
A tutti indistintamente era intrecciato il rosario nelle mani, preferibilmente con i grani in legno perché anch'esso doveva ritornare polvere .
Contemporaneamente vi era chi si preoccupava di coprire tutti gli specchi e chiudere tutte le finestre della casa. Poiché non si cucinava, erano i vicini che provvedevano a portare il necessario per i pasti principali, in genere brodo e carne bollita; la mattina, c'era sempre chi portava il caffè.
A questo punto iniziava la veglia: uomini e donne, a turno, non lasciavano mai solo il morto fino al seppellimento, anche durante la notte. Alle donne spettava il compito de
attittai su mottu , cioè di fare le lamentazioni funebri che consistevano nell'elogiare le virtù de sa bonanima , della buonanima. Nelle famiglie ricche spesso veniva chiamata s'attittadora , una prefica di professione che arrivava addirittura a strapparsi i capelli e a graffiarsi il volto.
Il paese era messo al corrente del decesso dai rintocchi delle campane chi
addoppianta subito dopo la morte e poi a mengianu, a mesu dì e a merì (di mattina, a mezzogiorno e di sera) e durante tutta la processione funebre.
Durante il funerale, poiché la bara era trasportata per tutto il tragitto a spalla, ci si fermava di tanto in tanto per consentire ai portatori de si pasiai , di riposarsi o di darsi il turno.
Anche di fronte alla morte le differenze di ceto si facevano sentire: per il funerale dei poveri il prete portava la croce di legno, per i ricchi la croce in argento. La banda suonava solo per i suoi membri o per le famiglie abbienti che potevano ripagare il servizio.
Al funerale partecipavano tutti i parenti tranne il più stretto, ad esempio la vedova o il vedovo, la figlia maggiore per la morte della madre o la mamma per il figlio. Questi aspettavano a casa le visite di condoglianza.
I giorni successivi le donne tingevano di nero tutti i loro vestiti in segno di lutto; gli uomini invece lo esternavano con un bottone nero sulla giacca o la fascia nera sul braccio.
La donna portava il lutto tutta la vita sia nel caso in cui a morire fosse il marito o solo il fidanzato, a meno che non si risposasse. S 'omi acoittada a s'ndi tirai sa fascia , l'uomo invece faceva in fretta a togliersi la fascia. Il lutto per un figlio, per un fratello o per i genitori durava due anni.
Ad un mese dalla morte, dopo la messa in suffragio, chi poteva distribuiva su beni po s'anima , il bene per l'anima, ossia del pane che doveva essere mangiato recitando una preghiera affinché l'anima del defunto dimorasse meno tempo in Purgatorio.
Antichi rituali
Nei tempi antichi, quando l'agonia del moribondo si protraeva per troppo tempo e cussu no podeda morri (non riusciva a morire), si ricorreva a delle pratiche magiche per porre fine alla sua sofferenza.
Si riteneva che alcune azioni compiute in vita impedissero al malato di morire; solo se vi si poneva rimedio terminava la sofferenza e sopravveniva la morte.
Se, per caso, la persona aveva bruciato uno scanno, un giogo di buoi, una scopa, un forcone, si credeva che non sarebbe potuta morire fino a quando non si fosse messo, sotto il suo letto o sotto il cuscino, lo stesso oggetto, una parte di esso o una sua riproduzione in miniatura.
Altro impedimento poteva essere la posizione del letto. Di norma, esso non era mai rivolto verso la porta perché questa, nell'uso degli antichi romani, era la posizione in cui erano posti i defunti pronti per intraprendere il viaggio verso l'aldilà . Si posizionava il letto peis a genna , con i piedi rivolti verso la porta, solo quando l'agonia si protraeva per molto tempo e si voleva porre termine alle sofferenze del malato.
Altro metodo usato era quello di variarne la posizione a seconda di come erano sistemate la travi del tetto. Se il letto era posizionato a crabiobasa derettasa, ossia parallelo ai travicelli, veniva posto a crabiobasa trottasa , cioè in posizione ad essi perpendicolare e viceversa.
Quando tutte le pratiche adottate non sortivano l'effetto desiderato, si ricorreva a s'accabbadora , letteralmente colei che
pone fine , che uccide il morente.
Figura diffusa in tutta la Sardegna, divenuta col tempo quasi leggendaria, anticamente, uccideva gli anziani che rappresentavano inutili bocche da sfamare soprattutto durante le carestie.
Col tempo il suo compito divenne quello di porre fine alle sofferenze dei moribondi. Quando veniva chiamata, dietro suo espresso ordine, si toglievano dalla stanza del morente tutti gli oggetti sacri, crocefissi o medagliette benedette, perché si credeva che trattenessero l'anima dentro il corpo. Ella, poi, pronunciava formule misteriose (si riteneva, infatti, che possedesse dei poteri occulti) o poneva il giogo dei buoi al collo del malato.
Quando anche queste pratiche si rivelavano inutili, s'accabadora ricorreva all'uccisione vera e propria o per soffocamento o, solo in casi estremi con un colpo de
mazzocca , bastone ricurvo di legno di olivastro. S'acabbadora era in genere una donna molto povera il cui servizio era ripagato con zucchero, caffè, farina, olio e pasta. Nella società questa forma di eutanasia era tacitamente tollerata e si aveva anzi un profondo rispetto per s'accabadora , perché prendeva sulle sue spalle la pena di alleviare le sofferenze del moribondo e della sua famiglia. L'arrivo della modernità ha segnato la fine di s'accabadora per il venir meno delle condizioni sociali: l'ultima di cui si ha notizia fu denunciata e processata nel 1952.
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