Fino all'ultimo dopoguerra, a Siliqua, in caso di malattia si ricorreva, più che al medico, alle pratiche de
sa mexìna sarda , la medicina sarda, esercitata dai guaritori e, soprattutto, dalle guaritrici, cussusu chi fainti sa mexìna sarda , in genere persone anziane.
I metodi, custoditi gelosamente, erano tramandati non necessariamente di genitore in figlio ma a chi si pensava possedesse il dono della guarigione e volesse imparare. Gli insegnamenti non erano, però, efficaci finché l'insegnante non fosse morto. Si curavano gli ammalati sempre gratuitamente ma per tradizione si ripagava il favore con doni in natura: uova, zucchero e caffè, una bottiglia d'olio d'oliva.
Le cure consistevano generalmente nel recitare i brebusu (preghiere, segni di croce, formule propiziatorie che variavano a seconda della malattia) accompagnati, alcune volte, dall'utilizzo di decotti, infusi e impacchi a base di erbe medicinali.
Ancora oggi, molte persone si recano a si fai nai i brebusu , soprattutto per i dolori reumatici, la sciatica, il malocchio, i porri.
Le cure sono efficaci solo se si ha fede in Dio perché, i guaritori sono solo un tramite. È essenziale, infatti, che le persone malate che si rivolgono loro chiedano s'agiudu de Gesusu , l'aiuto di Gesù.
Preghiere e pratiche contro le malattie
Per curare la sciatica bisognava raccogliere, durante la fase di luna calante, una pettieda de figuera crabia , un rametto di fico selvatico, che veniva appoggiato al corpo del malato, cominciando dall'anca fino al calcagno. Ogni volta che il rametto arrivava a toccare una delle giunture si recitavano queste preghiere: tre C redu,
setti Babbu nostu , setti Gloriapatri a Gesù Crocefissu, cincu Babbu nostu e cincu Gloriapatri a Gesu Sacramentau, tre Babbunostu e tre Gloriapatri a sant'Anna e a sant'Agata (tre Credo, sette Padre nostro e sette Gloria al Padre a Gesù crocifisso, cinque Padre nostro e cinque Gloria al Padre a Gesù sacramentato, tre Padre nostro e tre Gloria al Padre a s ant'Anna e a sant'Agata).
Infine, sempre per tre volte si recitava:
Santa Susanna mamma ‘e Sant'Anna
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Santa Susanna mamma di Sant'Anna |
Sant'Anna mamma ‘e Maria
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Sant'Anna mamma di Maria |
Maria mamma ‘e Gesusu
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Maria mamma di Gesù |
custu dolori non si du intenda prusu.
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questo dolore non se lo senta più. |
Santu Srabadori spraxi sa ferida e spraxi su dolori.
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San Salvatore spazzi via la ferita e spazzi via il dolore. |
Santa Margherida spraxi su dolori e spraxi sa ferida
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Santa Margherita spazzi il dolore e spazzi la ferita. |
Santu Srabadori spraxi sa ferida e spraxi su dolori.
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San Salvatore spazzi via la ferita e spazzi via il dolore. |
La terapia, per essere efficace, doveva essere ripetuta a cadenze regolari.
Per curare sa piedita , la mastite, si invocava san Simone recitando il Credo dopo l'invocazione:
Santu Simoni mannu si de sa braba mia non s'arrieisi
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San Simone maggiore se della mia barba non ridete |
Piedita si cabidi e ndi saneisi,
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mastite vi colga e guaritene, |
ma si de sa braba mia s'arrieisi
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ma se della mia barba ridete |
Piedita si cabidi e non di saneisi.
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mastite vi colga e non ne guariate. |
Contro sa carri segada , il mal di schiena , si iniziava recitando per tre volte il Credo e poi si aggiungeva:
Sant'Anna e santa Marta tessianta e fibanta
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Sant'Anna e santa Marta tessevano e filavano |
Fibanta e tessianta e fiu non d'acciungìanta
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filavano e tessevano e filo non ne aggiungevano |
su fiu s'annuada,
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il filo si annodava, |
s'annui custa carri segada
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s'annodi questo mal di schiena |
chi sia battiada e cunfrimada.
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che sia battezzata e cresimata. |
Anche per le malattie degli occhi si recitava tre volte il Credo intervallato da:
Santa Susanna mamma ‘e sant'Anna
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Santa Susanna mamma di sant'Anna |
Sant'Anna mamma ‘e Maria
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Sant'Anna mamma di Maria |
Maria mamma ‘e Gesusu
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Maria mamma di Gesù |
Custu dolori non si du intenda prusu.
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questo dolore non se lo senta più. |
Santu Srabadori spraxi sa ferida e spraxi su dolori.
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San Salvatore spazzi via la ferita e spazzi via il dolore. |
Santa Margherida spraxi su dolori e spraxi sa ferida.
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Santa Margherita spazzi via il dolore e spazzi via la ferita. |
Santu Srabadori spraxi sa ferida e spraxi su dolori.
|
San Salvatore spazzi via la ferita e spazzi via il dolore. |
Una particolare malattia degli occhi feda ghettada de sa lanzana , era cioè causata dal pizzico della lanzana , un insetto simile alla formica con le ali che vive nel tronco secco dei rovi e che provocava una pustola bianca. Per curarla si schiacciava l'insetto e se ne spalmavano gli umori sulla pustola mentre si recitava questa preghiera:
Lanzà, lanzà pùngidi de maba gà
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Lanzana, lanzana punge contro voglia |
de maba gà pùngidi
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contro voglia punge |
Nostra Signora assungiri
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Nostra Signora chiami |
a Deusu e santa Crara
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Dio e santa Chiara |
chi spraxanta sa lanzana
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che spazzino via la lanzana |
a Santa Margherita chi spraxa sa ferìda
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Santa Margherita che spazzi via la ferita |
a Santu Srabadori chi spraxi su dolori
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Santo Salvatore che spazzi via il dolore |
in nomini de su Babbu de su Fillu e de su Spiritu Santu. Amen
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nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Amen |
I brebusu erano usati anche per far sparire le verruche. Si passava un chicco di riso o una lenticchia su ogni verruca e si recitava tre volte il Credo alla morte e passione di Gesù Cristo.
Il grano e le lenticchie erano, poi, sotterrate in un luogo dove si riteneva che la persona non sarebbe mai passata (pena la ricrescita) e man mano che lenticchie e riso marcivano, scomparivano i porri.
Altri metodi usati erano: annuai su porru cun d'una soga de fiu , annodare il porro con un filo,
oppure pungerlo con sa sinniga, una specie di giunco.
Molto temuto, soprattutto da coloro che lavoravano in campagna, era su spizzu de s'argia , il pizzico dell 'argia.
S'argia era nota in tutta la Sardegna, anche se ogni paese la identificava con un insetto diverso, per cui non è possibile individuare con esattezza a quale specie appartenga. A Siliqua, per esempio, si pensava che fosse una tarantola.
In alcune zone si conosceva solo l'argia femmina, in altre anche maschio. In quest'ultimo caso, si riteneva non esistesse alcun rimedio al suo pizzico, a meno che l'insetto non fosse ucciso mentre pizzicava e il suo succo spalmato sulla ferita.
Tutti concordavano nel distinguere la femmina in base al suo stato civile , a seconda chi fessidi
bagadìa, coiada o fiuda, che fosse nubile, sposata o vedova. La distinzione dipendeva dal colore del corpetto e della gonna che indossava , esattamente come la donna: la nubile era variopinta, la sposata era colorata ma non in maniera così vistosa come sa bagadìa , la vedova era nera.
A Siliqua, per curare il malato, in preda a fortissimi dolori, si ricorreva alla guaritrice che, per prima cosa, radunava un gruppo di nubili, vedove e sposate. Queste, a turno, dovevano ballare e cantare.
Iniziava la guaritrice che recitava:
Salludi gomai argia
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Salute comare argia |
e ita novas teneis?
|
che novità mi raccontate? |
De innoi si ndi andeis,
|
Andatevene da qui, |
de cust'anima battiada.
|
da quest'anima battezzata. |
Salludi gomai argia
|
Salute comare argia |
e ita novas teneis?
|
che novità mi raccontate? |
Bagadìa, fiuda o coiada seisi?
|
Siete nubile, vedova o sposata? |
De innoi si ndi andeisi,
|
Andatevene da qui, |
de custa anima battiada.
|
da quest'anima battezzata. |
Seisi bagadìa, fiuda o coiada?
|
Siete nubile, vedova o sposata? |
As puntu in traitoria,
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Avete punto a tradimento, |
cumenti a Deusu a fattu Giuda,
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come Giuda con Dio |
ses coiada, bagadìa o fiuda?
|
siete sposata, nubile o vedova? |
Salludi gomai argia
|
Salute comare argia |
e ita novas teneis?
|
che novità mi raccontate? |
Bagadìa, fiuda o coiada seis?
|
Siete nubile, vedova o sposata? |
E de innoi si ndi andeis
|
Andatevene da qui, |
de custa anima battiada.
|
da quest'anima battezzata. |
Seis fiuda, bagadìa o coiada?
|
Siete nubile, vedova o sposata? |
Salludi gomai argia
|
Salute comare argia |
e ita novas teneis?
|
che novità mi raccontate? |
Coiada, fiuda o bagadìa seisi?
|
Siete sposata, vedova o nubile? |
E de innoi si nd'andeisi
|
Andatevene da qui, |
de custa anima battiada.
|
da quest'anima battezzata. |
Seis fiuda, bagadìa o coiada?
|
Siete vedova, nubile o sposata? |
Dopo di che, se ad intervenire erano le nubili, cantavano: Te bella sa bagadìa fadendu su ballettu (che bella la nubile, facendo il balletto).
Se anche s'argia che aveva punto il malato era bagadìa , il dolore cessava e il malato si citteda , stava zitto.
Se cantava il gruppo sbagliato, cuddu tzerriada prusu de prima , quello, cioè il malato, gridava più di prima.
Allora danzavano le donne sposate che ripetevano la stessa filastrocca pronunciando coiada al posto di bagadìa . Se non funzionava, intervenivano le vedove che, al posto di bagadìa o coiada , dicevano fiuda .
Candu cantanta i giustasa de su stadu chi fe' s'argia , inzandusu du naranta i brebusu e cussu sanada (quando cantavano quelle che avevano lo stesso stato civile del ragno, si recitavano i brebusu , e il malato guariva).
In altri paesi i rituali prevedevano, per il pizzico de s'argia bagadìa , che il malato, insieme a parenti, amici, vicini, ballasse, in casa o in strada, fino a quando il dolore cessava. Il ballo poteva protrarsi per ore e, a volte, anche per giorni. Se si trattava di un'argia
sposata, i dolori si calmavano quando il malato teneva in braccio un bamboccio di stracci. Nel terzo caso, i rimedi erano due: attittai la vittima, cioè recitare le lamentazioni funebri, oppure metterla dentro il forno caldo.
Preghiere e pratiche contro il malocchio
I brebusu sono ancora oggi considerati molto efficaci contro sa pigar‘e
ogu, il malocchio. Si possono praticare anche a distanza e in assenza della persona interessata.
In questo caso è necessario portare alla guaritrice qualcosa che appartenga al malato ; ad esempio, su pannitzu o sa camisedda , se si tratta di un bambino.
Sa mexìn‘e s'ogu si fairi puru po' telefunu , la medicina contro il malocchio si fa anche per telefono, basta che le preghiere siano recitate rivolgendosi nella direzione in cui vive la persona.
Per capire se una persona esti feria, cioè colpita dal malocchio, si prende un bicchiere d'acqua in cui si mette una manciata de
granus de trigu , di chicchi di grano. Dopo aver chiesto il nome della persona la guaritrice recita il credo. Se questa è stata effettivamente presa d'occhio , il chicco di grano si ndi pèsara , si solleva verticalmente, si formano delle bollicine sulla sua superficie e si mette a girare. Se il malocchio è molto forte le bollicine zaccanta, scoppiano.
Terminate le pratiche, la guaritrice chiede de da torrai sa sceda sia in beni sia in mabi , ossia di essere informata sullo stato della persona malata sia che sia guarita sia che non lo sia. In quest'ultimo caso, dovuto al fatto che il malocchio è troppo forte o di vecchia data, è necessario ripetere il rito.
Le persone chi piganta de ogu , ossia che hanno il potere di lanciare il malocchio su un'altra persona, si possono riconoscere perché hanno sa pipìa ‘e
s'ogu , la pupilla, più grande del normale, detta s'ogu ‘e crabu , l'occhio di caprone. Si tratta di persone che nutrono forti sentimenti di invidia e gelosia nei confronti del bene e della buona sorte altrui.
Il malocchio può essere esercitato anche sugli animali, sulle piante, sulla frutta, sugli ortaggi, su tutto ciò che è vivo; in questi casi spesso ciò che è colpito si scorara , ossia perde qualunque forza e muore. Alcuni ritengono addirittura che il malocchio possa colpire il cibo nel senso che la sua preparazione può andare a male: torte o pane che non lievitano, crema che impazzisce, conserve che ammuffiscono…
Preghiere e pratiche contro le malattie dei bambini
In passato diverse erano le precauzioni che le madri adottavano per proteggere i propri bambini dal malocchio. La pratica più diffusa era quella di appuntare alla loro maglia un fiocchetto verde e la medaglietta della Madonna Immacolata. Il fiocchetto verde si legava anche al polso. Brofettosa esti sa manixedda cun is corrusu , si riteneva, cioè, molto efficace la manina con le corna. Alcune mamme facevano indossare ai propri figli le mutandine al contrario. Altre preparavano isu
scrittusu , amuleti benedetti fatti con pezzetti di stoffa in cui si racchiudevano preghiere o immagini sacre e che avevano il potere di assorbire il malocchio. Si racconta che una volta il ciondolo fosse esploso tanto il malocchio era forte ma che al bambino non fosse capitato nulla.
Sempre con lo scopo di salvaguardarne la salute, le madri impedivano che i bambini al di sotto dell'anno di vita si guardassero allo specchio o toccassero altri neonati.
Anche l'ittero, sa pisciada de sa stria , letteralmente la pipì del barbagianni, si curava ricorrendo ai brebusu.
Per prevenire le convulsioni, quando i bambini avevano la febbre alta, si ponevano sul petto oggetti benedetti, ad esempio la fede nuziale.
Non esisteva alcuna pratica per curare i malefici de is cogasa , le streghe che secondo la fantasia popolare avevano il potere di succhiare il sangue dei bambini, soprattutto quelli non ancora battezzati, delle gestanti e, generalmente, delle persone per le quali provavano invidia, causandone irrimediabilmente la morte.
Era possibile soltanto cercare di tenerle lontane dalla propria casa o dalla stanza del bambino, sistemando dietro le porte una scopa a testa in su, un ferro di cavallo, un treppiedi, rami di arancio oppure tappando i buchi delle serrature con della cera.
Le leggenda vuole che siano cogas tutte le bambine nate nella mezzanotte del 24 dicembre e le settime figlie femmine. Segni distintivi per riconoscerle sono una piccola croce pelosa sulla schiena o una piccola coda. Hanno sembianze perfettamente normali, tranne quando si trasformano in gatti, mosche, gomitoli di lana o fumo.
Qualunque donna può diventare coga da adulta compiendo un macabro rito.
Erbe e animali come medicine
Per guarire le malattie comuni, si ricorreva all'utilizzo di decotti o impacchi, a base di erbe o piante che si riteneva avessero proprietà terapeutiche.
Contro il mal di testa, si consigliava l'applicazione sulle tempie e sulla fronte di fave secche bagnate con la saliva del malato, oppure impacchi di foglie fresche de
cappedd ‘e muru , ombelico di Venere, o de foll‘e axia, foglie di vite o, ancora, di farina di grano duro e aceto.
Per curare is ogus mausu , le infezioni agli occhi, si suggeriva di masticare finocchio ma senza ingoiarlo.
I guronisi, i foruncoli, erano eliminati con il liquido ricavato dalla spremitura de is aberigungiasa , porcellini di sant'Antonio, insetti che si trovano sotto le pietre in luoghi umidi e che, se toccati, si chiudono a
pallottolina; oppure si utilizzavano impacchi con foglie di leonaxi , oleandro, o di narbedda , malva, bollite a lungo e poi mischiate con olio di oliva.
Contro sa bucca maba , le infezioni della bocca, si masticavano, senza ingoiarle, tre foglie di rovo tagliate prima dell'alba; era importante, durante la cura, la recitazione delle preghiere.
Contro su dobor'e denti , il mal di denti, si sciacquava la bocca con l'aceto in cui era stato precedentemente bollito dell'aglio.
Per combattere sa scatta de conca , la forfora, si risciacquavano i capelli con un decotto di radici d'ortica.
I dolori, sia muscolari sia scheletrici, erano genericamente chiamati reumatismu o sciatica ed erano curati con is brebusu. Se i dolori erano però accompagnati da cropusu , contusioni, si ricorreva a impacchi di farina e aceto.
Ne i segadurasa , nelle ferite, si applicavano foglie di edera o di vite, oppure la sostanza polverosa che si forma all'interno del fungo detto tabbaccu ‘e mraxiani . Per le piccole ferite si applicava un po' di cenere raccolta al mattino nel caminetto.
Contro su dobori ‘e brenti, il mal di stomaco, si beveva una tazza di caffè caldo nel quale erano stati immersi, per tre volte, tre rametti de sentzu , assenzio. Si ricorreva anche a is
follasa de oppus , alle foglie del giusquiamo, o a quelle de su perdusemi , di prezzemolo, fritte in olio di oliva e poi sfregate calde sulla parte dolorante. Si consigliava, inoltre, di mangiare unu
limoni buddìu , un limone bollito .
Il decotto de s' erba ‘e bentu , la parietaria, bevuto a digiuno, curava su dobor‘e figau , il mal di fegato.
Per alleviare i dolori causati dall'ernia si utilizzava il cataplasma ottenuto con foglie de
ment‘e arriu , menta selvatica.
S'enn'e s'anima arrutta , letteralmente la porta dell'anima caduta, provocava un forte dolore alla bocca dello stomaco che era considerato la porta dell'anima, il luogo da cui entrava o usciva lo spirito.
Per alleviare il dolore, si spalmava olio caldo sullo stomaco su cui era, poi, sistemata una
stearichedda allutta , una candela accesa. Sopra si acovecada una tassa de imbirdi , si copriva con un bicchiere di vetro. Man mano che la candela consumava l'aria, si aveva l'impressione che lo stomaco, assieme al dolore, fosse risucchiato all'interno del bicchiere.
Contro su dobori de arrigusu , il mal di reni, solitamente si beveva più volte al giorno un infuso de
piseddu , di cicerchia.
Decotti per la tosse erano ottenuti dalle foglie de occallitu , eucalipto, dai fichi secchi, dai frutti de
su sinnibiri , del ginepro, e dalle foglie de lau , d'alloro. Per la pertosse si faceva uso di una tisana di malva mista a latte.
Contro il raffreddore erano consigliati is afumentusu, i suffumigi. Nel braciere acceso si gettava una manciata di zucchero, di caffè e alcune foglie di mirto. Il malato, con il capo coperto, respirava a fondo il fumo.
Per curare su pizziri, letteralmente qualcosa che pizzica, cioè la spaccatura dei polpastrelli, in genere del dito indice, si facevano impiastrusu de farra e tzuccuru ; impacchi di farina e zucchero. Simile a su pizziri , anche nella cura,
era su didu sui sui , cioè il dito succhia succhia .
Per is abruxorisi , le vampate di calore, si beveva al mattino una tazza di acqua zuccherata in cui erano state sciolte tre mandorle pestate ridotte in poltiglia.
Sa spetzia leggia , i malesseri che si manifestavano con stanchezza, capogiri e inappetenza, si riteneva causata da su componimentu de su sangui, dalla debolezza del sangue; la cura mirava a depurarlo. Esistevano per questo scopo vari metodi: il decotto di radice e ceppo di corbezzolo, o di foglie di olivo, oppure di cicoria o, ancora, di orzo tostato. Tutti dovevano essere bevuti a digiuno per alcuni giorni.
A chi soffriva de pressioni atta , di ipertensione, era praticato il salasso che consisteva nel tirai su sangui mau , togliere il sangue cattivo. Il malato, sdraiato immobile sul letto, era ricoperto de sanguinerasa , di sanguisughe, che succhiavano il sangue e si staccavano solo candu fenta prenasa , quando erano piene.
Le terapie a base di erbe erano usate anche per curare gli animali. Come vermifugo, mexìna
po i bremisi , i contadini piegavano dei piccoli rami di tamerice o de uvara , erica, recitando delle preghiere. L'operazione avrebbe dovuto guarire l'animale senza che esso ricevesse direttamente alcun medicamento. |