Gli abitanti di Siliqua, come quelli degli altri paesi, lavoravano per tutto l'anno. I momenti di riposo e di svago erano legati alle feste che scandivano il trascorrere del tempo e le fasi del lavoro agricolo e pastorale tant'è che ogni mese aveva il suo Santo da celebrare. Molte hanno radici in culti pagani legati alla fertilità della terra che, successivamente, la Chiesa ha rivestito di significato religioso.
Oggi non solo si è perso il significato originario delle feste ed il loro legame con le fasi del lavoro, ma molte di esse non si celebrano più come, ad esempio, San Giovanni, Sant'Isidoro e San Marco.
Attongiu
L'anno iniziava a cabudanni , settembre, in corrispondenza con la prima fase del lavoro agricolo. In questo mese si celebravano e si celebrano tuttora la festa di Santa Margherita, la terza o la quarta domenica di settembre, e la seconda festa di San Sebastiano.
La festa in onore di Santa Margherita è stata ripristinata dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, quando i ferrovieri delle Ferrovie meridionali ristrutturarono la chiesetta campestre a lei dedicata. Non è dato sapere quando e per quale motivo fosse stata soppressa.
È sicuramente la festa più sentita del paese; i festeggiamenti, ancora oggi, durano quattro giorni e, negli ultimi anni, ha assunto una certa importanza anche nel circondario. Questo è dovuto, soprattutto, all'attività de su comitau , il comitato, che si occupa dell'organizzazione dei festeggiamenti. Esso si rinnova di anno in anno e ha il compito de fai sa circa , ossia di raccogliere le offerte di casa in casa per finanziare la festa, cui ultimamente, contribuisce anche il Comune.
Le tappe della festa religiosa sono la messa in parrocchia la sera del sabato, dove la statua della santa è conservata tutto l'anno, cui segue la processione per le vie del paese. Per l'occasione, le strade sono cuncordarasa con le bandierine e con petali sparsi per terra, i davanzali delle finestre con vasi di fiori; sui balconi fanno bella mostra tappeti, arazzi e lenzuola ricamate. Il passaggio della Santa era accompagnato dal lancio di petali, coriandoli e bigliettini con scritte varie a lei inneggianti.
Anticamente la statua era trasportata in sa tracca , il carro trainato dai buoi riccamente addobbato cun is peribangus e i froris .
Durante la processione i brani suonati dalla banda musicale si alternano alla recita del rosario in sardo. Divisi in due cori, uomini e donne, all'invocazione del sacerdote “ Allabau sempri
siada, su nomini de Gesus e de Maria, su nomini de Gesus e de Maria” (Lodato sempre sia il nome di Gesù e di
Maria), rispondono “ Allabeus a prus a prus, su nomini de Maria e de Gesus” (Lodiamo sempre più il nome di Maria e di Gesù).
Poi si inizia il Padre nostro:
Babbu nostru chi sesi in celu
|
Padre nostro che sei nei cieli |
santificau su nomini Su
|
sia santificato il nome Suo |
bengiada a nosu s'arregnu Su
|
venga a noi il Suo regno |
sia fatta sa volontari Sua
|
sia fatta la Sua volontà |
cummenti in su celu, aicci in sa terra.
|
come in cielo così in terra. |
Su pani nostru dogna dì
|
Il pane nostro ogni giorno |
Donaisid'oi e perdonaisì
|
donaci oggi e perdonaci |
is peccaus nostrus, cummenti nos'atrus
|
i peccati nostri, come noi altri |
Perdonaus is depitoris nostrus.
|
perdoniamo ai nostri debitori. |
Non si lasseis arrui in tentazioni
|
Non lasciateci cadere in tentazione |
ma laberaisì de dogna mali
|
ma liberateci da ogni male. |
Amen – Aicci siada |
Amen – Così sia |
Segue l'Ave Maria:
Avi Maria prena de grazia (oppure
Deus ti salvi Maria prena de grazia )
|
Ave Maria piena di grazia (oppure
Dio ti salvi Maria, piena di grazia) |
su Segnore es cun tegus.
|
il Signore è con te. |
Benedita ses tui tra tottu is femminas
|
Benedetta sei tu tra tutte le donne |
benedit'es su fruttu ‘e is intragnas tua Gesus.
|
e benedetto il frutto del tuo grembo, Gesù. |
Santa Maria, mamma de Deus,
|
Santa Maria, mamma di Dio, |
pregai po nos'atrus peccadoris
|
prega per noi altri peccatori |
immui e in s'ora ‘e sa morti nosta.
|
adesso e nell'ora della morte nostra. |
Amen, Gesus |
Amen, Gesù |
Prendono parte al corteo il gruppo folcloristico del paese che porta il nome della Santa e i suonatori di launeddas .
La processione in paese termina nella piazza della Madonnina; poi la Santa viene accompagnata da una parte dei fedeli nella chiesetta in campagna dove, la domenica e il lunedì mattina, è celebrata la messa. Un tempo, i fedeli vi si recavano a piedi, in bicicletta o sul carro, tradizione che, in parte, si è mantenuta fino ad oggi.
Dopo la messa domenicale, di solito, si trascorre in campagna tutta la giornata. Fino ad alcuni anni fa, su comitau , per l'occasione, offriva a tutti la pecora bollita e organizzava, per la gioia e lo svago dei partecipanti, sa cursa de is saccusu, le corse con i sacchi, le corse a cavallo ad ostacoli e l'albero della cuccagna. Oggi questi intrattenimenti sono stati sostituiti da una grande lotteria in cui sono messi in palio premi offerti dai negozianti di Siliqua.
Il lunedì sera la Santa tòrrada a bidda , rientra in paese, sempre accompagnata dai fedeli, e all'altezza della piazza della Madonnina riprende la processione, che ripercorre, al contrario, il tragitto del sabato sera, fermandosi varie volte. Le tappe sono contrassegnate da una pioggia di fuochi artificiali: presso la Madonnina, all'incrocio tra via Roma e corso Repubblica, all'incrocio tra questo e via Flavio Gioia, in via Garibaldi, a Sant'Anna e poi in parrocchia.
I festeggiamenti civili iniziano ancor oggi il sabato sera e proseguono fino al martedì. Un tempo si svolgevano nel piazzale della parrocchia, dove erano sistemate is paradasa , le bancarelle, e nel cortile delle scuole elementari di via
Mannu; si ballava il liscio sulle note della fisarmonica e, ad intervalli regolari, il ballo sardo cui partecipavano soprattutto gli anziani. Spettacolo atteso erano i
muttettus de is cantadorisi, gli stornelli campidanesi. I fuochi d'artificio, martedì sera, concludevano i festeggiamenti ne is arxobasa , nelle aie.
In tempi successivi, balli e canti si svolgevano nel piazzale della chiesetta campestre; oggi all'anfiteatro del campo sportivo.
Il martedì, inoltre, si festeggia anche San Sebastiano estivo, già celebrato il 20 di gennaio, nel suo giorno. Un tempo, oltre alla messa, si organizzavano is cantarasa e i balli. Non si conosce il motivo di questa duplice celebrazione, di cui si ha notizia addirittura nell'inventario delle chiese del 1761. Secondo alcuni degli intervistati ciò era dovuto al fatto che, essendo gennaio un mese molto freddo, non era possibile festeggiare San Sebastiano in modo appropriato.
Su mes'e ladami , ottobre, così chiamato perché era il periodo in cui si concimava il terreno prima di ararlo, è tradizionalmente il mese del rosario.
Dall'inventario del 1761 risulta che, a Siliqua, esisteva la confraternita del S.S. Rosario che si occupava di tutti i preparativi per la festa. Il documento ne descrive la struttura organizzativa e riporta i nomi de is cunfrarasa in quell'anno: priore era Francesco Sessini, procuratore Battista Bachis, guardiani Sisinnio Uccheddu e Giuseppe Egizioso Bachis, obrieri Nicola Murru e Francesco Pilloni, i cursori Giovanni Caria Manis e Priamo Baquis, collettori Giovanni Antonio Cabras e Giuseppe Arba, prioressa Maddalena Baquis.
Gli obrieri avevano il compito di fare la questua nel paese, ogni settimana, e in Chiesa, i giorni di festa, a beneficio della Confraternita.
I cursori avevano l'incarico di avvisare i confratelli per le riunioni e per le funzioni e di provvedere agli accompagnamenti dei defunti della confraternita.
Il compito dei collettori era esigere tre soldi da ciascun confratello e consorella a beneficio della confraternita.
La prioressa aveva il compito di vestire e adornare la Vergine per le sue festività, lavarne la biancheria e fare una raccolta generale otto giorni prima della festa di ottobre.
Tutti gli incarichi erano affidati attraverso un voto pubblico della confraternita; il governo era affidato al Venerabile Rettore che, in genere, era uno dei curati. Per quanto riguarda i beni e i redditi ne aveva mansione il priore, il quale presentava tutti gli anni i conti al procuratore, che aveva il compito di controllare tutte le entrate della confraternita. A questo scopo era predisposto un apposito registro conservato in una cassaforte insieme al denaro. Essa aveva tre chiavi, una in mano al rettore, una al priore e una al procuratore.
Oggi si è persa ogni traccia della confraternita; rimane solo la figura della prioressa che ha il compito di adornare la Madonna e le Sante per le loro feste.
Donniasantu , novembre, è così chiamato per la ricorrenza religiosa con cui si apre. Il primo del mese, infatti, si celebra la festività di Tutti i Santi . Per l'occasione si preparano su pani ‘e saba e is pabassinas , dolcetti a base di farina, saba, pabassa, noci mandorle e limoni.
Più caratteristica è la celebrazione del due novembre in memoria dei defunti, oggetto di particolare venerazione in Sardegna, retaggio di un più lontano culto degli antenati.
In vista della messa che si officia in cimitero, le tombe vengono pulite e adornate con fiori e lantiasa , lumicini. Fino alla seconda guerra mondiale, ci si riuniva in parrocchia dove era esposto un catafalco tutto nero con i teschi disegnati e le campane addoppianta , suonavano a morto, per tutto il giorno.
La notte tra il primo e il due di novembre, prima di andare a dormire, si usava apparecchiare il tavolo con la tovaglia, un bicchiere, u civraxiu e su binu , perché si credeva che le anime dei defunti della famiglia in quella notte avrebbero visitato la casa. Rito antichissimo affonda le radici nell'usanza di stendere sulle tombe una tovaglia su cui venivano posti pane, vino e due candele di cera accese.
Il quattro di novembre si commemorano nella chiesa di San Sebastiano i caduti in guerra. Questo evento, di significato strettamente civile nonostante venga celebrata una messa in suffragio, è organizzato dall'associazione ex combattenti e dal Comune.
Ai piedi del Monumento ai Caduti viene deposta una corona di alloro e, mentre la tromba della banda musicale “Giuseppe Verdi” intona il Silenzio ,
si fa l'appello di tutti i caduti in guerra. La celebrazione si conclude con le note dell' Inno nazionale , della Leggenda del Piave e di altre musiche patriottiche.
Ierru
Mes'e idas , dicembre, deriva il suo nome dal latino idus che nel calendario romano corrispondeva al giorno che divideva il mese in due. È chiamato anche mes'e iras che in sardo significa temporale, burrasca.
Questo era, per eccellenza, il mese delle feste tant'è che un proverbio recita: tra festasa e dì nodiasa nci passada mes'e idas (tra feste e giorni solenni, trascorre il mese di dicembre).
La festività più importante è Paschixedda , Natale. Il Natale era vissuto e sentito come una festa della famiglia. Sia la vigilia sia il venticinque venivano trascorsi insieme ai parenti ed ai vicini, con i quali i rapporti erano decisamente più stretti di quanto non lo siano ai giorni nostri.
Fino a tempi recenti era usanza digiunare la vigilia. Infatti, sa nott'e cena , il 24, si consumava una cena frugale la cui pietanza principale era sa trattabia , la coratella. La carne era conservata per il pranzo del giorno successivo.
Dopocena si aspettava, con trepidazione, il momento di andare a sa missa ‘e
puddu, alla messa di mezzanotte, così detta per l'ora tarda in cui veniva officiata, prossima quasi al canto del gallo.
Si condivideva l'attesa cun is bixinusu giocando a carte, a bicus , a badarincu , a pitzu cù e costedda , mangiando mandorle e castagne e bevendo vino.
Restare alzati fino a tarda ora era un'occasione speciale soprattutto per i più piccini. Per intrattenerli gli adulti raccontavano loro delle storie. Una delle signore intervistate ricorda con piacere e nostalgia un anziano vicino di casa, che soleva narrare a lei e agli altri bambini le favole di Le Mille e una notte .
Giunta l'ora, ci si recava in chiesa per ascoltare la messa. Mentre nelle case non si aveva l'abitudine di preparare il presepio, in chiesa, sull'altare maggiore, venivano sistemate le statue della Madonna, di san Giuseppe e del bambin Gesù. Questo restava coperto con un lenzuolino bianco fino allo scoccare della mezzanotte, quando le campane suonavano il Gloria.
Uno spettacolo, soprattutto per i bambini, era il dipinto realizzato da una suora, in cui era riprodotto lo scenario di Nazareth, con le palme, il cielo stellato, le casette, posto sopra l'altare, dietro le statue.
Il momento più atteso della messa era quando il sacerdote percorreva tutto l'altare per consentire ai fedeli, inginocchiati sugli scalini, de basai su Bambineddu , di baciare il Bambinello. Era obbligatorio per le giovani donne in attesa partecipare a questa messa, perché si credeva che in tal modo su pipiu no si ndi sciuscessiri , per scongiurare l'eventualità di un aborto.
Molto atteso era il pranzo del giorno successivo; anche le famiglie più povere, a costo di notevoli sacrifici economici, non rinunciavano al tradizionale banchetto natalizio. Il menù consisteva in un primo a base de
pillusu , malloreddusu e cruxonisi (tagliatelle, gnocchetti e ravioli); due secondi piatti generalmente a base di carne, agnello o maialetto. Concludevano il pranzo la frutta di stagione e secca e su pani ‘e saba come dessert.
A Natale non ci si scambiava i regali, ma si aspettava la Befana, in linea con la tradizione religiosa dell'arrivo dei Re Magi. Considerando che le possibilità economiche erano piuttosto scarse, i regali, quando c'erano, erano cose utili: calze, scarpe, mutande, berretti, quasi mai giocattoli. Nella calza appesa al caminetto si potevano trovare caramelle, dolcetti, mandarini, mandorle, qualche monetina e il carbone.
A gennaxiu , gennaio, si festeggiava, oltre che l'Epifania, Sant'Antonio Abate, detto anche Sant'Antoni ‘e su fogu , e San Sebastiano invernale.
Il primo era celebrato il 17 cun su fogaroni , un grande falò che veniva acceso, in origine, nel piazzale della chiesa a lui dedicata e, in seguito, nelle aie. Alcuni giorni prima della festa, i giovani avevano il compito di raccogliere la legna necessaria e accatastarla per formare una pira. La sera, dopo la messa, si accendeva il falò, intorno al quale la popolazione ballava e cantava fino a notte inoltrata.
Questa tradizione affonda le radici nella leggenda secondo cui fu Sant'Antonio ad insegnare ai sardi come accendere il fuoco, rubandolo addirittura dall'inferno. Dio, infatti, quando creò la Sardegna, se n'era completamente dimenticato.
Il 20 gennaio si celebra la festa invernale di San Sebastiano che, secondo la tradizione, era pecoraio come Sant'Antonio. Anche per questa festività si accendeva su fogaroni , nella piazza della chiesa eretta in suo onore, quando ancora tutta l'area circostante si trovava in aperta campagna. Oggi, l'usanza di accendere il falò in onore dei santi è andata perduta.
Friaxiu , febbraio, è il mese de sa Candebera e de su Carnevali .
Il 2 di febbraio, quaranta giorni dopo Natale, ricorre la purificazione della Madonna e la presentazione di Gesù al tempio. Preparare la festa, adornare la statua della Madonna con Gesù Bambino e abbellire la chiesa è compito della prioressa. Sceglie anche due bambine, che nell'anno precedente abbiano fatto la prima comunione, il cui compito è presentare simbolicamente le offerte della Madonna al tempio, in genere una torta e una coppia di colombe.
Durante la messa e la processione che si svolge attorno al piazzale di chiesa, tutti i fedeli reggono in mano una candela accesa. La tradizione vuole che la torta sia consumata dalle bambine, dal sacerdote e dai chierichetti, e che le colombe siano liberate.
Su Carnevali
Lo spirito del Carnevale, anticamente, si iniziava a sentire già subito dopo l'epifania e durava per tutto il mese di febbraio. Infatti, già da allora le donne cummentzanta a fri , letteralmente incominciavano a friggere, ossia a preparare i dolci tipici di questa festa, isa zippuasa , le zippole.
La ricetta è rimasta invariata: si impasta la farina con il lievito sciolto nel latte, lo zafferano, il succo d'arancia e l'acqua vite. Si lavorano a lungo, prima sul tavolo e poi in sa scifedda . Si fanno lievitare per un paio d'ore e poi si friggono in abbondante olio caldo.
Non tutti usavano s'olliarmau , olio di oliva, ma s'ollestincu , fatto con le bacche di lentisco, mischiato con s'oll'e procu , lo strutto. Le zippole, una volta fritte, si mangiano cosparse di zucchero.
Altri dolci tipici del Carnevale sono is cruxionis frittusu e i
maravigliasa o cruxionisi ‘ e bentu (i ravioli fritti e le chiacchiere).
I giorni effettivi dedicati al Carnevale sono su giobia perdaiò , su mattisi de cò e su domigu de cò o su domigu de segai is pingiadasa (il giovedì grasso, il martedì grasso e il giorno della pentolaccia).
In questi giorni, raccontano le persone intervistate, si soleva mascherarsi a mustaioni, cioè
gli uomini da donna e le donne da uomo, con il volto coperto in modo da essere irriconoscibili. Così vestiti andavano insieme in giro per il paese a fare scherzi, a rubare le
zippole, a bussare alle porte chiedendo: si ndi donada zipueddasa ? (ce ne date
zippole?). La sera, di solito, ci si riuniva al Monte Granatico o in casa di amici e parenti per ballare.
La pentolaccia, con cui si conclude il Carnevale, si festeggia la domenica dopo il Mercoledì delle Ceneri, giorno in cui inizia la quaresima. Era consuetudine appendere, in Pratz'e ballusu, is pingiadasa , pentole di terracotta, piene di dolci ma anche di gatti, topi, terra, sassi, carta. Alcuni uomini a cavallo, vestiti in costume, bendati e armati di lunghi bastoni, dovevano rompere le pentole il cui contenuto ricadeva su di loro e sulla gente che assisteva allo spettacolo. Vi era chi predisponeva l'occorrente per la pentolaccia anche in casa propria.
Dal dopoguerra in poi e soprattutto negli ultimi anni, il giorno della pentolaccia si organizza la sfilata dei carri e delle maschere.
I canti e le musiche moderne hanno preso il posto dei tradizionali goccius de Carnevali . In origine canti esclusivamente religiosi, col tempo furono usati anche in occasioni profane per satireggiare usi e personaggi che erano per qualche motivo diventati ridicoli.
Per Carnevale i goccius erano trascritti in fogli che poi venivano distribuiti ai partecipanti alla sfilata e cantati durante il tragitto.
I goccius più famosi di Carnevale, cantati ancora nel 1990 a Siliqua, furono composti intorno al 1930:
Carnevali de pitticheddu
|
Carnevale da bambino |
caffelatti non di oliada,
|
caffelatte non ne voleva |
e sa mamma pesau d'iada
|
e la mamma l'aveva allevato |
tottu a forza de binu nieddu,
|
tutto a forza di vino nero |
ma immoi che' mattuccheddu
|
ma adesso che è cresciuto |
No d'abastada nisciuna cosa.
|
Non gli basta nessuna cosa |
Ritornello: Carnevali clamat aggiudu in cust'ora necessitosa.
|
Ritornello: Carnevale chiede aiuto in quest'ora di necessità |
Amigu esti de is cuponisi
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È amico dei tini |
cubeddas e croccorigas.
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Delle botti e delle zucche. |
Portada obettas is origas
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Ha le orecchie aperte |
e provistu esti de nasoni.
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ed è provvisto di un nasone. |
Di praxidi sa pezza de angioni
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Gli piace la carne di agnello |
binu nieddu cun gazzosa.
|
il vino nero con la gassosa. |
rit.
|
rit. |
Paridi poburu fiudu
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Sembra un povero vedovo |
e de continu esti prangendu.
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e piange di continuo. |
Curiosu esti bufendu
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È curioso quando beve |
bufada su binu a imbudu
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beve il vino con l'imbuto |
e po chi du biaisi brabudu
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e benché lo vediate barbuto |
sa vida si passada gioiosa.
|
trascorre la vita gioiosamente. |
rit.
|
rit. |
Cun proceddusu cottusu arrustu
|
Con i maiali cotti arrosto |
Maccarronisi cun salamu
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i maccheroni col salame |
issu puru fillu de Adamu
|
anche lui figlio di Adamo |
a si spassiai pigada gustu
|
a divertirsi ci prende gusto |
e di praxidi finzasa su mustu
|
e gli piace persino il mosto |
cun sa taccula chi esti gustosa.
|
con la taccola che è gustosa. |
rit.
|
rit. |
Carnevali esti meda gullosu
|
Carnevale è molto goloso |
de fritteddas e meravigliasa.
|
di frittelle e di chiacchiere. |
Oi visitara is famigliasa
|
Oggi visita le famiglie |
andendu ca esti fedosu
|
gironzola tutto malandato |
e poita non esti bregungiosu
|
e poiché non è vergognoso |
Aberidi bucca vistosa.
|
apre una gran bocca. |
rit.
|
rit. |
Carnevali cun bravura
|
Carnevale intrepido |
di prascinti is cosas bellas,
|
gli piacciono le cose belle |
Ciucculatis e caramellasa
|
cioccolati e caramelle |
Amarettusu e confettura.
|
amaretti e marmellate. |
A scroccai non teidi paura
|
Non ha paura di scroccare |
Ca sa facci nu è bregungiosa.
|
perché non è vergognoso. |
rit.
|
rit. |
Immoi fazzu una proposta
|
Adesso faccio una proposta |
e ollu a m'ascuttai:
|
e voglio che mi ascoltiate: |
aio' tottus a baddai
|
andiamo tutti a ballare |
su ballu a sa moda nosta
|
un ballo alla moda nostra |
e giai chi fadeu sosta
|
e visto che facciamo una sosta |
cumbidai cancuna cosa.
|
offrite qualcosa. |
rit.
|
rit. |
Al termine della sfilata il fantoccio che simboleggia il Carnevale viene bruciato sul rogo. Fino a non molto tempo fa, la sua morte era preceduta da un processo vero e proprio. Il testo seguiva un canovaccio che, di anno in anno, era arricchito sulla base degli avvenimenti della vita politica e sociale locale.
Il Carnevale presenta forti analogie con i Saturnali dell'antica Roma, la festa di Saturno, dio del grano, anch'esso messo a morte alla fine dei festeggiamenti in suo onore. Carnevale e Saturnali hanno entrambi il connotato di festa campestre e, poiché si svolgono alla fine dell'inverno, preannunciano la primavera e la rinascita della natura.
Questa ipotesi trova ulteriore conferma nell'altro nome con cui è conosciuto il Carnevale nella Sardegna meridionale, Cancioffali . Il termine che ricorda il nome sardo dei carciofi, cancioffa , evidenzia, ancora una volta, il carattere agreste della festa.
Benau
Tra mrazu e abribi , marzo e aprile, si svolgono tutt'oggi le celebrazioni de sa Pasca manna , di Pasqua. Come già detto, sa caresima , la quaresima, ha inizio su Mercuisi de cinixiu , il Mercoledì delle ceneri, cosiddetto perché durante la messa il prete utilizza le ceneri de su passiu , la palma del sacerdote benedetta l'anno precedente, per fare il segno della croce sulla fronte dei fedeli che partecipano al rito. Questo gesto, ma soprattutto la formula antica che lo accompagnava, Ricordati, uomo, che sei polvere e polvere ritornerai , aveva lo scopo di ricordare il fatto che ogni uomo è mortale. In questo giorno i credenti praticano il digiuno e l'astinenza dalla carne.
Un tempo, in attesa de sa Cida Santa , la settimana santa, nelle famiglie si preparava su nenniri , il grano lasciato germogliare, sotto il letto, al buio, dentro dei vasetti con acqua e cotone, in modo tale che assumesse un colore giallo. Secondo alcuni studiosi rappresenterebbe i primi cristiani che si riunivano nelle catacombe, al buio, a pregare.
Sa Giobia santa , il Giovedì santo, su nenniri , abbellito cun is fiobasa , le violacciocche, adornava la cappella che fungeva da sepolcro di Gesù.
A Siliqua per tradizione, il venerdì precedente la settimana santa, la v ia crucis si svolge per le strade del paese. Le stazioni, preparate i lati delle porte, sempre nelle stesse case, sono contrassegnate da una croce sotto cui le famiglie del vicinato allestiscono un altare con fiori e un cuscino o un tappeto a mo' di inginocchiatoio.
A metà della quaresima, si svolgono is corantorasa , le quarantore: per tre giorni il sacerdote e altri prelati giunti dai paesi circostanti sono a disposizione della comunità per le confessioni e per incontri di preghiera e adorazione.
In tempi più antichi, si facevano i quaresimali, prediche su un argomento specifico svolte da sacerdoti, frati o missionari, in casa di un fedele una volta alla settimana. L'affluenza a questi incontri, specialmente dei giovani, dipendeva dal carisma del predicatore. A Siliqua se ne ricorda uno in particolare, dott. Floris.
In vista de su Domigu ‘e prama , la Domenica delle palme, si preparano le palme. Innanzitutto occorre avvolgere le foglie giovani in quelle vecchie in modo tale che, crescendo al buio, assumano un colore giallo. Dopodiché vengono tagliate e intrecciate.
Una cura particolare è riservata a su passiu , la palma del sacerdote, la cui preparazione è affidata alla persona considerata la più abile che la decora con le fresie, le violacciocche, la carta colorata e i rametti d'ulivo. Sa prama ‘e populu , quella che viene distribuita ai fedeli, è intrecciata in maniera più semplice e veloce.
Su Domigu ‘e prama , le palme e i rami d'ulivo vengono benedetti nella chiesa di Sant'Anna, poi i fedeli si recano in processione in parrocchia per prender parte alla messa. Le palme vengono appese nelle case; un tempo si mettevano nella testa del letto, nelle culle, attaccate al giogo dei buoi e nei luoghi di lavoro.
I riti della Settimana Santa iniziano il giovedì, con la preparazione del sepolcro allestito, per tradizione, nella cappella dell'Immacolata. Qui durante la funzione serale si trasporta l'ostia consacrata e si fa l'adorazione. L'altare maggiore viene spogliato di qualunque ornamento, comprese le candele e le tovaglie, e il tabernacolo, ormai vuoto, è lasciato aperto.
A partire da questo giorno, le campane cessano di suonare, in segno di lutto. Anticamente, per annunciare le funzioni al loro posto, i chierichetti giravano per le strade cun
su scrocciarrà, un antico strumento musicale sardo il cui suono ricorda il gracidare delle grane, e i matraccasa, delle tavolette di legno con maniglie di ferro che quando vengono scosse producono un suono particolare.
Sa Cenabara santa , il Venerdì santo, è il giorno in cui si depone Gesù dalla croce, il cui corpo, riposto in sa latera , una lettiga ricoperta con un velo di tulle trasparente, è portato in processione in tutte le strade del paese insieme alla Madonna addolorata.
L'unica traccia del rito tradizionale de su scravamentu , a Siliqua, è data dalla presenza, all'adorazione della croce e nella processione di Gesù morto, di due bambini che impersonano la Maddalena e san Giovanni apostolo e che portano dentro due cestini i segni della passione, la corona di spine e i chiodi.
Su Sabudu santu , il Sabato santo, si celebra la messa di resurrezione, annunciata dalle campane che suonano “ a gloria ”. Fino ai primi anni sessanta veniva officiata al mattino, alle dieci. Non appena le campane iniziavano a suonare, nelle case, le donne e i bambini battevano sulle porte e sui muri con il bastone della scopa per scacciare il demonio.
Appena terminata la messa il prete usciva a benedire le case iniziando dal rione di san Giorgio e proseguendo in quello di sant'Antonio.
Su Domigu ‘e Pasca , la Domenica di Pasqua, si svolge s'incontru , cioè l'incontro di Gesù risorto e la Madonna. Dal piazzale della parrocchia partono due cortei che, dopo aver fatto percorsi differenti, si ricongiungono in Pratza ‘e ballusu (piazza Costituzione) . Il primo accompagna la Madonna ed è composto per lo più da donne, da sa priorissa e dai bambini vestiti da Maddalena e san Giovanni apostolo; il secondo, guidato dal prete e formato da uomini, accompagna Gesù risorto. Quando Madre e Figlio si incontrano, si inginocchiano e la prioressa toglie il velo nero con cui era stata precedentemente ricoperta la Madonna.
La festa prosegue con il pranzo pasquale il cui menù, un tempo, non variava di molto rispetto a quello natalizio e dei giorni di festa, se non per i dolci. Per l'occasione si preparavano is parduasa , le formaggelle, un particolare tipo di dolce a base di ricotta o di formaggio, e su coccoi cun s'ou , il pane di pasta dura con l'uovo sodo.
Il 23 aprile, Siliqua celebra san Giorgio, il suo patrono, la cui festa è sempre stata soltanto religiosa: la messa e la processione cui partecipano anche i gruppi folcloristici e la banda musicale. In tempi più antichi, il carro su cui era trasportata la statua del Santo era preceduto da cavalli riccamente adornati e da buoi cuncordaus con campanelle, una collana di fiori intorno al collo e un'arancia su ogni corno. Al termine della processione, gli animali, posti in cerchio nel piazzale della parrocchia, venivano benedetti dal prete prima che il Santo entrasse in chiesa.
Due giorni dopo san Giorgio, i siliquesi erano nuovamente in festa, questa volta per celebrare san Marco. Molto particolare era il tragitto della processione: alle sei del mattino, i fedeli percorrevano strade che allora erano in aperta campagna. Il corteo partiva dalla chiesa di Sant'Anna, dove era, ed è, conservata la statua del Santo, e percorreva via Garibaldi, via Cixerri, viale Marconi, via Grazia Deledda e via San Giorgio, per far ritorno al punto di partenza. Nella mano del Santo si metteva un mazzetto di spighe che cominciavano a ingranì , ossia a maturare i primi chicchi di grano.
Candu fadeda annada maba , racconta un intervistato, timenta, sa genti, e seganta una spiga, e andanta po' da benedixi (quando l'annata si preannunciava cattiva, la gente impaurita tagliava una spiga e la portava dal Santo per farla benedire).
Questo rito ha origine della leggenda secondo cui, alla vigilia della sua festa, san Marco attraversava a cavallo le campagne per benedire i campi coltivati e i loro frutti. Di questa tradizione non si ha più alcuna traccia se non nelle memorie della popolazione di Siliqua.
La terza domenica de su mes'e maiu , il mese di maggio, si festeggia san Giacomo. La sua effigie è conservata nella chiesa di sant'Anna, dove il sabato sera si celebra la messa e da cui parte la processione che attraversa tutto il paese fino alla piazza della Madonnina. Lì, il sacerdote si ferma mentre molti fedeli accompagnano a piedi il Santo fino alla chiesa campestre. La domenica prima della messa, il Santo è portato in processione attorno alla chiesa. Il rientro in paese avviene la domenica sera. Anche in questo caso c'è chi percorre a piedi tutto il tragitto ma la processione ufficiale inizia nella piazza della Madonnina.
Fino alla seconda guerra mondiale, la processione di ritorno faceva tappa in s'ottu ‘e Drefina , a circa metà strada. Lì si sistemavano is paradasa , le bancarelle, si ballava e si assisteva alle corse dei cavalli.
Oggi i festeggiamenti durano tre giorni, dal sabato al lunedì. Il comitato, con il denaro ricavato cun
sa circa , organizza gli intrattenimenti serali: balli, concerti, fuochi d'artificio. Gli spettacoli si tenevano prima in Pratz'e ballusu poi nella chiesa campestre. Ultimamente nell'anfiteatro comunale.
È l'unica festa che si è conservata inalterata, senza interruzioni nel tempo, sia nel suo aspetto religioso sia in quello civile.
Un tempo molto sentita era anche la festa in onore di sant'Isidoro, protettore degli agricoltori, festeggiato il 15 del mese, quando il grano incominciava ad imbiondire nei campi.
La statua conservata nella chiesa di sant'Anna sintetizza la leggenda della sua vita: Isidoro, prima di andare a lavoro nei campi, si recava in chiesa a pregare e a sentire la messa tutti i giorni mentre la sera si dedicava ai poveri e ai bisognosi. Per premiare la sua devozione e consentirgli di continuare a svolgere le sue opere di carità, un giorno fu inviato un angelo che prese il suo posto nel lavoro in campagna, alla guida dei buoi.
I festeggiamenti consistevano nella celebrazione della messa nella chiesa di sant'Anna e nella processione cui partecipavano i carri trainati da buoi. Oggi in suo onore si officia la messa a Sant'Anna durante la quale viene benedetto il grano e le spighe che poi i fedeli portano a casa.
Istadi
Lamparasa , giugno, deriva il suo nome dal latino lampas , lampada, fiaccola, ma anche splendore del sole. Secondo il linguista Wagner, l'origine è da ricercarsi nell'usanza pagana di accendere grandi falò in onore della dea
Cerere, il giorno del solstizio d'estate. Con l'avvento del Cristianesimo, il rito fu trasferito alla celebrazione in onore di San Giovanni. Con dies lampadarum , giorno delle lampade, si indicò, infatti, prima il giorno proprio della festa del Santo e, in seguito, tutto il mese di giugno.
Il 13 del mese, si officia, nella chiesetta a lui dedicata, la messa per sant'Antonio da Padova. È tradizione, a Siliqua, preparare il pane che, dopo essere stato benedetto, è distribuito alle persone che prendono parte al rito.
Un tempo la festa prevedeva anche i fuochi d'artificio che tutto il paese accorreva a vedere. Nello stradone si allestivano is paradasa dove si potevano comprare il torrone e sa carapigna , la granita.
Sono andate completamente perdute le tradizioni legate alla festa di san Giovanni che si svolgeva il 24. Oltre la messa e la processione, si allestiva, ne
is axrobasa, su fogaroni intorno al quale si danzava e si cantava.
Ricorda una signora intervistata che is picciocchedasa, po ispassiu, cun su fenu de is manigasa , le ragazzine, per divertimento, con il fieno dei covoni, facevano dei piccoli falò, sette o otto tutti in fila che poi si divertivano a saltare.
Durante questa festa i giovani sceglievano un compagno o una compagna po fai su santuanni , cioè una di promessa di amicizia. Tra i due si instaurava un vero e proprio rapporto di comparatico, con l'obbligo di darsi del voi e di chiamarsi, per le ragazze, gomai , e per i ragazzi gopai . Per distinguerlo dal comparatico dovuto ad un battesimo o una cresima, questo veniva chiamato santuanni ‘e
frorisi, s an Giovanni dei fiori. Il rito era accompagnato da una particolare filastrocca che occorreva recitare insieme tenendosi per mano:
Gomai gomai (gopai gopai)
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Comare comare (compare compare) |
filla (fillu) de Sant'Uanni,
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figlia (figlio) di San Giovanni |
filla (fillu) de Deusu
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figlia (figlio) di Dio |
gomaisi (gopaisi) abbarreusu
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comari (compari) rimarremo |
po cantu biveusu
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per quanto vivremo |
La notte della vigilia era considerata particolarmente adatta ai vaticini. Le previsioni riguardavano il tempo e il raccolto, forse perché si avvicinava il momento della mietitura per cui era facile fare una stima delle messi, ma anche il futuro in generale, in particolare quello amoroso.
A Siliqua, ad esempio, le ragazze in cerca di marito fadenta s'auspiciu ‘e sa fa , facevano l'auspicio delle fave. Prima di coricarsi, mettevano sotto il cuscino tre fave, una
spollinca , una bistia e una mesu spollinca e mesu bistia (una completamente sbucciata, una con la buccia e una sbucciata a metà). Al mattino, infilavano la mano sotto il cuscino e, a caso, ne acchiappavano una: se prendevano quella sbucciata, avrebbero sposato un uomo povero, quella con la buccia, un uomo ricco, quella sbucciata a metà un uomo né povero né ricco. Qualche volta si arrivava persino ad associare ad ogni fava il nome di un ragazzo del paese.
Un altro tipo di pronostico consentiva di stabilire se il futuro sposo sarebbe stato celibe o vedovo. Si raccoglieva una cugutzua che, dopo essere stata abruschiada , abbrustolita, era posta sul davanzale tutta la notte. L'indomani mattina, se il carciofino selvatico si fosse rinvigorito, il futuro sposo sarebbe stato celibe, se si fosse seccato, vedovo.
La notte, inoltre, is piccioccusu andanta a cantai i bagadìasa ; si frimanta ananti sa porta e cantanta muttettusu (andavano a fare le serenate alle ragazze non sposate e cantavano degli stornelli composti appositamente per ciascuna di loro).
Su mes'e axrobasa , luglio, era dedicato alla trebbiatura. Il suo nome deriva dal luogo in cui essa si svolgeva, is axrobasa , le aie.
Due sono le feste importanti di questo mese, la Madonna del Carmelo e sant'Anna, celebrate rispettivamente il 16 e il 26.
Per la Madonna del Carmelo, oltre alla messa, qualche volta seguita dalla processione, si officia il triduo, una particolare funzione religiosa che consiste nel recitare il rosario e le orazioni alla Madonna nei tre giorni precedenti la festa.
Un tempo, il giorno del Carmelo era vietato trebbiare. Questa usanza risale alla leggenda secondo cui, in questo giorno, in s'axroba de funtà , una zona vicino al Cixerri, un uomo, incurante dei festeggiamenti in onore della Madonna, continuò a trebbiare con il suo giogo di buoi. La sua irriverenza fu così punita: la terrà si aprì e il contadino fu ingoiato insieme al giogo di buoi.
In onore di sant'Anna, fino alla seconda guerra mondiale si fadeda festa manna , si facevano dei grandi festeggiamenti. Oltre alla cerimonia religiosa, officiata nella chiesa a lei dedicata, si organizzava la sartiglia
ne is cungiausu , la corsa con i cavalli nei terreni vicino alla chiesa. Nel piazzale della chiesa erano disposte le bancarelle in cui era possibile acquistare dolci, frutta secca, granite.
Di questa festa oggi resta solo il rito religioso ma si continua la tradizione di adornare la statua, oltre che con i fiori e i gioielli, anche con s'affrabica fini, il basilico a foglie piccole.
In austu , agosto, si celebra, oltre alla festa della Madonna Assunta, san Giuseppe Calasanzio, il 29. Ultimamente si svolge solo la festa religiosa, interamente nel rione di San Giuseppe. Molto più ricchi erano i festeggiamenti fino ad una ventina di anni fa. Dopo la funzione religiosa, infatti, su comitau invitava is cantadorisi , i gruppi folk e i complessi musicali che si esibivano sul palco allestito nel piazzale della chiesa. Organizzava, inoltre, l'albero della cuccagna, su fogaroni e i fuochi artificiali. Uno degli intervistati ricorda ancora i primi fuochi artificiali, candu fe bessiu su quadru de Santu Giuseppi puru! (quando era stato lanciato un fuoco artificiale che raffigurava anche la faccia di San Giuseppe!).
Ne is paradasa , chi lo desiderava poteva acquistare i dolci tradizionali e la frutta secca; ne i barraccasa , baracche, mangiare la carne, i muggini o le anguille cucinati arrosto.
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