A A A
testata Home
COMUNE TRASPARENZA, VALUTAZIONE E MERITO ATTI AMMINISTRATIVI STORIA RICORDI E TRADIZIONI CITTA' E CULTURA INFORMAZIONI TURISTICHE GALLERIA FOTOGRAFICA SERVIZI

Rassegna Stampa
PUC - Zonizzazione del territorio
Siliqua sul WEB
Le Associazioni di Siliqua
Il Giornalino di Siliqua
Nati per leggere
Mappa satellitare di Siliqua
Traduttore Altavista


Accessibilità del sito

Valid XHTML 1.0 Transitional Valid CSS!
IL LAVORO DELL'UOMO

La campagna

Nel territorio di Siliqua, sin dai tempi antichi, le attività più diffuse erano quelle dell'agricoltura e della pastorizia. Agricoltori e pastori si contendevano l'utilizzo delle terre, concentrate nelle mani di pochi proprietari. Difficilmente essi possedevano vaste aree accentrate in un'unica zona; in genere l'estensione degli appezzamenti variava dai trenta ai quaranta ettari, sparsi in varie parti. L'azienda più estesa era quella di Berlingheri che contava circa duemila ettari.

Solo una minima parte dei terreni era recintata, is c ungiausu , circa mille ettari, con siepi di fichi d'india, per proteggere le terre coltivate dal bestiame; il resto erano tancasa , ossia terreni non chiusi.

Il territorio, inoltre, era distinto in base alla qualità della terra e alla posizione. Si chiamavano isca i terreni, di origine alluvionale, molto fertili adatti alla coltivazione di ortaggi; pranu o pianura, i terreni che si prestavano agevolmente alle colture; costera , il pendio montuoso soggetto all'azione dilavante delle acque; bacu , le valli comprese tra is costerasa e i pranusu . In base alla posizione, invece, si distinguevano in benatzus , terreni acquitrinosi, adatti solo per le colture intensive; arenastu , terreno sabbioso, ideale per le colture viticole; gragori , terreno pietroso adatto per frutteti; sabonastu , terreno argilloso, poco adatto a qualsiasi tipo di coltura, che si indurisce e si spacca d'estate e si raggruma con le piogge invernali; arrocraxa , terreno roccioso; coboviu , terra scura e umida, adatta per la coltura de i lorisi , i cereali.

Il terreno era poco produttivo, a causa della scarsa piovosità che determinò lunghi periodi di siccità, aggravata dalla mancanza di ogni forma di irrigazione sino alla seconda metà del XX secolo.

Molto più redditizio dell'agricoltura era l'allevamento del bestiame che, assai sviluppato fin dalla prima metà del ‘900, era controllato da pochi grandi proprietari, in genere latifondisti. Prevaleva l'allevamento degli ovini, dei caprini dei bovini radunati in grosse mandrie allo stato brado. I bovini, considerati di ottima qualità, venivano esportati in Francia. Si allevavano inoltre asini e cavalli, che con i buoi erano utilizzati forza lavoro.

I rapporti di lavoro

Le terre coltivate erano concentrate per lo più nelle mani di pochi messaiusu , proprietari terrieri. Questi erano suddivisi in messaiusu mannusu, messaieddusu , messaieddusu a giu ‘e carru .

I messaiusu mannusu erano proprietari di grossi appezzamenti di terreno che venivano dati in parte in affitto o a mezzadria oppure coltivati da lavoratori assunti con contratto annuale, stagionale o giornaliero. I messaieddusu avevano un'azienda a conduzione familiare. I messaieddusu a giu ‘e carru non avevano terre ma possedevano gli strumenti e gli animali da lavoro e in genere prendevano in affitto o a mezzadria terreni di altri.

Su messaiu mannu , chiamato anche su meri , si occupava di amministrare la sua tenuta. Raramente svolgeva lavori manuali: interveniva solo in alcuni momenti simbolicamente importanti, come quando tracciava il primo solco, spargeva la prima manciata di grano o caricava l'ultimo covone sul carro.

Al suo servizio erano i srebidorisi, i lavoratori assunti con contratto annuale. Essi ricevevano, al momento dell'assunzione, un paio di scarponi chiodati, e, giornalmente, su civraxiu ; a fine contratto, la paga, parte in denaro e parte in natura (grano, fave, legna).

Tra i srebidorisi esisteva una gerarchia basata sull'esperienza e sull'età: su sotzu, su bastanti mannu, su bastanteddu, su boinargiu e su boinargeddu (il socio, il bastante, il bastante giovane, il vaccaro e il vaccaro giovane). Su sotzu, in genere un uomo anziano e con diversi anni di esperienza, coordinava e sorvegliava il lavoro. Gli altri srebidorisi svolgevano, oltre al lavoro vero e proprio della campagna, tutte quelle attività collaterali, ad essa legate, tra cui la cura degli animali da lavoro. Oltre la paga, tutti avevano vitto e alloggio nella casa padronale.

In certi periodi dell'anno, ad esempio prima della vendemmia, della raccolta delle olive o della mietitura, si assumevano lavoratori stagionali come guardiani delle colture intensive ( castiadorisi ) o mietitori. Quando la manodopera assunta non era sufficiente al disbrigo dei lavori della campagna si ricorreva ai giorronaderisi , i lavoratori giornalieri che potevano essere uomini, donne e anche bambini.

La loro giornata lavorativa andava dall'alba al tramonto, compreso il tempo necessario per recarsi sul luogo di lavoro e rientrare a casa. Generalmente il loro salario era in denaro; le donne erano pagate metà degli uomini e i bambini ancora meno.

Come si svolgeva il lavoro

I lavori agricoli avevano inizio il 29 settembre, giorno di San Michele, e variavano a seconda delle stagioni. A Siliqua vigeva il sistema della rotazione biennale delle terre, per cui esse erano coltivate per alcuni anni e poi lasciate a riposo, adibite al pascolo.

In attongiu , in autunno, si svolgevano i lavori di preparazione del terreno lasciato a maggese: si cominciava col ripulirlo dai cespugli ed erbe nocive, su pitzianti , s'allu 'e carroga , su cannaiòni, s'ambuatza (l'ortica, l'aglio selvatico, la gramigna, il rafano). Inoltre si aravano i terreni già coltivati l'anno precedente, si spargeva il letame e, infine, si seminava.

A settembre si vendemmiava, tradizionalmente poco prima della festa di Santa Margherita, la terza domenica del mese.

In s'ierru , in inverno, i contadini si dedicavano al diserbamento, alla lavorazione delle zolle, alla semina dei cereali e di alcuni legumi. Se la pioggia in autunno era stata scarsa, in dicembre si portava a termine la semina del grano.

In benau , in primavera, si mieteva l'orzo e l'avena da usare come foraggio e si eliminavano le erbe infestanti dai campi di grano. Si procedeva poi all'aratura delle terre non coltivate e, dalla fine di maggio fino a metà giugno, a ndi tirai su lori , ad estirpare le leguminose, soprattutto le fave, dopo la festa di San Giacomo.

In s'istadi , d'estate, si ultimavano i lavori: la mietitura dell'orzo, dell'avena e del grano, la trebbiatura e l'immagazzinamento nelle aie.

Un momento particolare era sa messadura de su trigu, la mietitura del grano, cui partecipavano tutti gli agricoltori e gli operai.

Fino agli anni ‘50 si mieteva a mano. Si assumevano lavoratori stagionali, pagati a sciarada , cottimo, in denaro. Parte di questi proveniva dai paesi della Trexenta e giungeva a Siliqua in bicicletta. Ciascuno si portava dietro solo lo stretto necessario: la falce, la coperta e un ombrello per ripararsi dal sole nei momenti di sosta. In paese si radunavano in piazza in attesa di essere scelti dai vari proprietari.

Una volta assunti restavano in paese per tutta la durata del lavoro: dormivano all'aperto e mangiavano in campagna il pane e il formaggio distribuito dai padroni. Il lavoro in sé era semplice ma ripetitivo e faticoso: con la mano sinistra si afferrava un mazzo di culmi e con la destra, che impugnava la falce, lo si tagliava a 40 centimetri circa dal suolo. Si procedeva in questo modo fino a quando con la mano sinistra non si poteva contenere altri culmi. Si formava in tal modo su manugu , un grosso mazzo che era composto da tanti mazzetti legati insieme con un culmo. Sei mazzi formavano sa maniga , un covone. I covoni erano disposti con le spighe rivolte verso l'alto, in attesa di essere caricati sul carro e portati alle aie.

La mietitura era un lavoro prettamente maschile; la donna era assunta solo per portare acqua e cibo ai lavoratori, raccogliere i covoni e aiutare a caricarli sul carro.

Una figura particolare era quella della spigolatrice: ogni mietitore del luogo aveva diritto a portarne una con sé. Se questa non era una parente stretta, essere scelta da un mietitore particolarmente bravo era motivo d'orgoglio e anche di rivalità con le altre donne. Talora is messadoris dovevano far fronte alle pretese del padrone che pretendeva, spesso senza riuscirci, di inserire nel gruppo spigolatrici scelte da lui.

Le spigolatrici procedevano dietro i mietitori e raccoglievano il grano rimasto al suolo. Mettevano le spighe, senza gambo, dentro una sacca legata in vita. Quando questa era piena, il contenuto veniva versato in un sacco di juta. Ognuna aveva diritto a tenere tutte le spighe raccolte. A lavoro terminato, regalava al mietitore che l'aveva scelta una camicia. Di questa antica tradizione non si conosce l'origine.

L'ultimo carro carico di covoni, ornato di immagini sacre, croci di spighe e frasche, era festeggiato con del buon vino, offerto dal padrone e distribuito dalle spigolatrici.

Alle aie si procedeva a sa treba , alla trebbiatura. Fino agli anni cinquanta, ci si avvaleva dei buoi e dei cavalli. I contadini, una volta ripulita l'aia, spargevano il raccolto per terra a forma di ciambella in modo tale da formare s'axroba . Su di essa era fatto passare il giogo dei buoi o dei cavalli che calpestavano le spighe. Terminata questa operazione i cereali erano ammucchiati in modo da formare s'arega , cumulo a base rettangolare, che veniva bentuada , cioè ventilata per separare il grano dalla paglia.

Il grano era, infine, ammucchiato in modo da formare sa massa , un ammasso di forma conica su cui il proprietario tracciava, con la pala, dei disegni che avevano il duplice scopo di allontanare il malocchio e di segnalare eventuali furti. In questo caso, infatti, se qualcuno avesse portato via del grano, i disegni sarebbero risultati alterati.

L'ultima fase consisteva in s'incungia , l'immagazzinamento e la misurazione del raccolto. Questa attività si svolgeva in un clima di gioia e di festa accompagnata da canti tradizionali e scherzi. Non di rado era seguita dall'invito, a pranzo o a cena, a casa del padrone.

La fine dei lavori agricoli rappresentava l'unico momento in cui il contadino poteva incassare e quindi saldare i debiti. Si diceva, infatti, mes'e axgrobasa debitori, austu pagadori (luglio debitore, agosto pagatore): il messaiu pagava is srebidorisi , su sotzu , su ferreri , su maistu ‘e linna, su maistu ‘e carru, su buttaiu, i buttegherisi, su brabieri e il veterinario (i domestici, il socio, il fabbro, il falegname, il fabbricante dei carri, il bottaio, i negozianti, il barbiere).

Tutti i contadini, anche quelli meno abbienti, facevano una donazione per finanziare la festa religiosa più importante dell'anno, Santa Margherita.

Pronostici sul tempo

Siccome il buon esito dell'annata dipendeva, in buona parte, dalle condizioni climatiche, i contadini cercavano di prevederle utilizzando metodi antichi, basati sull'esperienza e tramandati di generazione in generazione sotto forma di dicciusu , di proverbi e sentenze.

Al di là della fondatezza o meno dei metodi di previsione, l'arte del presagio deduce gli eventi climatici dall'azione dei venti, dalla posizione delle stelle, dalla forma delle nuvole e dal comportamento degli animali.

Le previsioni a lungo termine davano informazioni sull'andamento del tempo per tutto l'anno. Si basavano sull'osservazione di alcuni fenomeni in particolari giorni o periodi dell'anno considerati importanti per le fasi del lavoro.

Si riteneva, ad esempio, che i primi dodici giorni del mese di gennaio rispecchiassero il tempo dei dodici mesi dell'anno; su mengianu , il mattino, corrispondeva alla prima metà del mese, su merì , la sera, alla seconda metà. In alcune zone della Sardegna al posto di gennaio si usava settembre.

Le condizioni climatiche di alcuni mesi permettevano di capire come sarebbe stato il raccolto. Si diceva, ad esempio, gennaxu siccu, messaiu arriccu (gennaio secco, contadino ricco) oppure che se le rane avessero gracidato già alla fine di questo mese, ci sarebbe stata una primavera anticipata e un buon raccolto. Se a febbraio avesse piovuto abbastanza valeva su dicciu : mrazu, con s'arrosu miu mi fatzu (letteralmente, marzo con la mia rugiada mi faccio), cioè a marzo sarebbe bastata la rugiada a irrigare il terreno.

Vi erano, inoltre, dei giorni precisi per fare previsioni sul tempo e sul raccolto: il due di febbraio, festa della Candelora, la notte del ventiquattro giugno, vigilia di San Giovanni Battista, e il due di dicembre, giorno di Santa Bibiana.

Nel primo caso, se la candela della Madonna, durante la processione, fosse rimasta accesa si avrebbe avuto un raccolto abbondante ma se si fosse spenta sarebbe stato scarso.

La vigilia di San Giovanni si osservava il comportamento degli animali: se le pecore o le capre avessero dormito raggruppate, l'annata sarebbe stata mediocre, in caso contrario il raccolto sarebbe stato abbondante e il tempo mite.

Il due di dicembre dava auspici sulla pioggia; se avesse piovuto in questo giorno, la pioggia sarebbe continuata per i successivi quaranta: chi proidi po Santa Bibiana proidi unu mesi e una cida (Se piove per Santa Bibiana, piove un mese e una settimana) .

Sempre sotto forma di proverbio si sintetizzavano le caratteristiche di ciascun mese. Per febbraio si soleva ripetere: friaxiu, dogna pilloni preidi a scraxu (a febbraio ogni uccello si riempie lo stomaco) oppure friaxiu faccisi a faccisi: candu esti intruau esti cun sa pobidda, candu c'esti sobi bellu esti cun sa fancedda (febbraio ha due facce: quando è rannuvolato è con la moglie, quando c'è un bel sole è con l'amante) ad indicare l'incostanza del tempo in questo mese.

Il freddo del mese di marzo era così temuto che si riteneva che mrazu sperra peisi, bocci boisi e scroxa brebeisi (marzo spacca i piedi, uccide i buoi e scuoia le pecore).

Ad aprile, caratterizzato dal ritorno del freddo dopo l'arrivo dei primi tepori della primavera, soleva dirsi: abrìbi torrara su lèpiri a cuìbi (ad aprile la lepre torna nella tana).

Di maggio si diceva longu che su mes'e maiu (lungo come il mese di maggio), in quanto vi erano più ore di luce rispetto ai mesi invernali e i contadini dovevano lavorare di più, dato che iniziavano dal sorgere del sole fino al tramonto.

Le previsioni a breve termine si basavano su eventi quotidiani: il nervosismo delle pecore al momento della mungitura o l'agitazione dei buoi, che si rincorrevano e saltavano, indicavano la vicinanza della pioggia. L'aria limpida, la brezza leggera e il cielo stellato erano segni di bel tempo.

Anche il comparire dell'arcobaleno aveva un preciso significato: circhiolla a mengiau signallara tempu mau, circhiolla a merì signallara bona dì (arcobaleno di mattina indica cattivo tempo, arcobaleno di sera indica una buona giornata).

La forma delle nuvole era, a sua volta, indicativa del mal tempo: matta bianca o conca ‘e cabi e i brebeisi (albero bianco o testa di cavolo sono i cumuli; le pecore, i cirri) annunciavano pioggia in giornata; sa nui niedda (la nuvola nera ossia i nembi) indicavano l'imminenza del temporale. Il temporale poteva essere previsto anche dal riacutizzarsi dei dolori reumatici o dal volo basso degli uccelli o da su bentu ‘e Pula , il vento che spira dalla parte dei monti di Pula, lo scirocco.

Una notte invernale serena e sa tremuntà , il vento di tramontana, indicavano gelu e cibixia , gelo e brina.

L'alone rosso del sole al tramonto preannunciava bentu estu, il maestrale, adatto e atteso quando si bentuada su trigu , si spagliava il grano.

Su bent'e sobi , letteralmente il vento del sole, il levante, se spirava a settembre portava pioggia.

Nessuna di queste previsioni era valida per il sabato, in quanto si riteneva che sabudu senz' e sobi e femina senz'e amori no podid'essi mai (sabato senza sole e femmina senza amore non può esistere mai); in questo giorno gli agricoltori uscivano sempre per andare a lavoro, anche se stava piovendo, perché si era sicuri che prima o poi sarebbe spuntato il sole.

Caccia e pesca

Lavoro prettamente maschile era la cattura degli animali. Si trattava di un'attività ritenuta molto rischiosa e che richiedeva una notevole forza fisica.

Sribonisi, conillus arestisi , lèpirisi , pillonisi e talvolta crebusu (cinghiali, conigli, lepri, uccelli e cervi), per la cui cattura si ricorreva talvolta all'uso di trappole, erano le prede favorite dai cacciatori.

Secondo i cacciatori di Siliqua esistono due varietà di cinghiali, su sriboni e su sriboni fromigaiu , il cinghiale comune e il cinghiale formichiere, caratterizzato dal collo allungato, dal bacino stretto e da una maggiore ferocia.

Tra gli uccelli erano molto ricercati su trudu , sa perdixi, sa meurra (tordi, pernici e merli) che bolliti e aromatizzati con il mirto costituivano un piatto molto prelibato, sa taccula.

Attività, un tempo molto diffusa, era la pesca, svolta nel periodo in cui i vari corsi d'acqua erano in piena. Il fiume più ricco era il Cixerri. Poiché la pesca non era così redditizia da garantire un introito sufficiente per vivere, i pescatori in genere svolgevano anche altri lavori.

Gli strumenti per la pesca comunemente utilizzati erano sa frùscia, fiocina, la canna da pesca e la rete a bilancia. Con questi sistemi si pescavano anguiddasa , pisci nou , trincasa e trotasa (anguille, carpe, tinche, trote).

Un sistema di pesca complesso era su nazraxiu . Esso consisteva nel costruire, nel letto del fiume, uno sbarramento con pietre e pertiche e nell'utilizzo di una rete particolare in spago per la cattura dei pesci.

Alcuni usavano s'obiga o pardavellu , il bertavello, un tipo di rete di forma quasi conica con un cerchio nell'imboccatura o su pettiàbi , una rete in spago di forma rettangolare; altri le nasse, contenitori in vimini o di spago di forma tronco conica, cui sono legate nella parte interna altre reti in spago che impediscono la fuoriuscita del pesce.

Certi pescatori, per la pesca delle trote, facevano affidamento sulla propria astuzia e sulla abilità delle proprie mani. Immersi nell'acqua fino alla cintola, la smuovevano con lunghe pertiche per renderla torbida in modo tale da spingere i pesci verso la riva dove l'acqua era più limpida. Questi, disorientati dal rumore, erano spinti dai pescatori verso qualche anfratto, dove si mimetizzavano tra le erbe e i sassi. A questo punto, il pescatore poteva agevolmente catturare il pesce inserendo le dita nelle branchie.

Infine, vi era chi utilizzava particolari erbe col potere di stordire o far perdere il senso d'orientamento ai pesci come, ad esempio, su truiscu (la dafne ), su modditzi (lentischio) e sa lua (l'euforbia) che però risulta essere tossica anche per l'uomo.

Le lumache

Dopo le prime piogge, uomini, donne e bambini andavano a ciccai sitzigorrusu , a cercare le lumache.

Molto ricercate, ancora oggi, sono is tappàrasa , letteralmente tappate , perché quando vengono catturate, essendo in letargo, hanno l'apertura del guscio chiusa da una sottile membrana bianca. I ricercatori, per prenderle, scavano nel terreno con piccoli picconi. Di solito si cucinano arrosto con poco olio. Se sono catturate quando fuoriescono dal terreno, di solito in autunno con le prime piogge per deporre le uova, si cucinano col sugo.

Molto diffusi sono i sitzigorreddusu de santuanni , cioè le lumachine di San Giovanni, dalle dimensioni molto piccole con il guscio grigio chiaro e i sitzigorrus bovèrisi , molto grandi, dal guscio striato di marrone e giallo. Si mangiano cucinate in umido oppure con il sugo, dopo essere state conservate per alcuni giorni dentro un recipiente coperto po mattì (smaltire tutto il cibo ingerito).


Governo Italiano Unione Europea Gazzetta Ufficiale