La casa
Le faccende domestiche che la donna svolgeva non erano molto diverse da quelle di oggi. Tutti i giorni si mundara sa ‘ia e sa domu , si scopava la strada e la casa, e si spruinanta , si spolveravano, i pochi mobili che componevano l'arredamento della casa: la credenza, il tavolo e le sedie che, generalmente, erano poste intorno ai muri. Non in tutte le case era possibile lavare per terra perché alcune avevano su pomentu , il pavimento, in terra battuta.
Per Pasqua, le pulizie erano fatte in modo più approfondito: si metteva su peribancu bellu in sa cascia e sa fànuga bella in su lettu , il tappeto buono nella cassa e il copriletto buono nel letto, perché il sacerdote passava a benedire le case e le donne ci tenevano a mostrarle in ordine e pulite.
Terminate le pulizie, si iniziava a cucinare. Nelle famiglie contadine il pasto più importante era la cena, candu
torrara s'omi de su sattu, quando rientrava l'uomo dalla campagna. A pranzo, si mangiavano gli avanzi del giorno prima, oppure pane, formaggio e salsiccia.
Nelle famiglie più povere a pranzo, anziché sedersi attorno alla tavola, si utilizzava come base d'appoggio su scannu , uno sgabello rovesciato, su cui era posta una tialledda , una tovaglietta, dove si sistemavano il pane, le olive e il formaggio. A cena, invece, si apparecchiava il tavolo della cucina.
Compito giornaliero della donna era quello di portare l'acqua necessaria per cucinare e per bere. Esse si recavano cun sa mariga , con la brocca, alle numerose fontanelle sparse per tutto il paese a fare la provvista quotidiana.
I rubinetti prendevano il nome del luogo dove erano posti come quello in Pratza ‘e ballusu , in sa Cruxi santa, in Santu Srebestianu, a Sant'Anna, a Sant'Antoni, in sa Picca ; altri avevano il nome delle persone che ci vivevano vicino come su grifoni ‘e
Zedda, su grifoni ‘e Giovanni Pittau, su grifoni ‘e Piroddi, su grifoni ‘e donna Marianna . Al ritorno, le donne mettevano la brocca colma d'acqua sopra la testa, su cui era poggiato un panno arrotolato a forma di chiocciola, su tidibi .
Spettava alla donna anche allevare gli animali da cortile e il maiale, che contribuivano a soddisfare i bisogni alimentari della famiglia: puddasa , anadisi , cocasa , conillusu , piccionisi, pioccusu detto anche dindu (polli, anatre, oche, conigli, piccioni, tacchini).
Infine, aveva l'ingrato compito di pulire il gabinetto, in genere posto in un angolo appartato del cortile, chiuso con una tenda. Non esistendo gli attuali servizi igienici, né tanto meno le fognature e l'acqua corrente ed essendo rari anche i pozzi neri, le donne dovevano pulire l'angolo adibito a gabinetto, raccogliendo cun sa pabia , con la pala, i resti, misti alla terra che veniva usata per ricoprirli e buttare tutto in su muntrunaxiu , all'immondezzaio.
Il bucato
Alcuni lavori si facevano una sola volta alla settimana, in quanto richiedevano parecchio tempo ed erano molto faticosi. I principali erano sciacuai sa roba e fai su pani , lavare la roba e fare il pane.
Fino a che nelle case non vi era l'acqua corrente, le donne lavavano i panni in
s'arriu, nel fiume. Il giorno dedicato a questo lavoro, in genere sempre lo stesso, si alzavano presto al mattino e andavano, cariche dei panni sporchi messi in
sa scifedda o, in su cardaxu , nel calderone, nel luogo in cui, in quel periodo dell'anno, l'acqua scorreva limpida e veloce. Quando andavano lontano, ad esempio sino a Perduìli , vicino a San Giovanni, trascorrevano lì tutta la giornata.
Il primo compito era cercare una pietra adatta, un po' ruvida per poter sfregare meglio la roba. Spesso, si prendeva la pietra direttamente dal fiume e la si sistemava in un posto preciso, fermandola e rialzandola da terra con altre pietre in modo tale da non doversi inchinare troppo. In genere, ogni donna aveva la sua pietra, anche se chi s'accudera meri si fadiada , la prima che arrivava diventava la padrona della pietra, ossia poteva scegliere quella che più le piaceva.
I panni venivano insaponati con sapone fatto in casa, a base di grasso di maiale, sfregati sulla pietra e battuti cun
sa spatula , con la spatola. Per una pulizia più profonda si fadeda sa lissia , si preparava la lisciva. Le donne dovevano, per prima cosa, procurarsi la legna per accendere il fuoco su cui scaldare l'acqua in su
cardaxiu . Quando bolliva, aggiungevano un sacchetto pieno de cinixiu , di cenere, legato a sa
pettia , ad un bastone. Infine, vi si immergevano i panni e si lasciavano bollire per un po' di tempo. Terminata la bollitura, i panni venivano risciacquati. Mentre la roba colorata era messa ad asciugare, si
asulettara s'arrobba bianca , i panni bianchi venivano cioè immersi in una soluzione di acqua e azzurrino, che conferiva loro una sfumatura celestina. Infine, anch'essi erano stesi al sole, sui cespugli de sessini, murdegu e modditzi (cipero, cisto e lentisco). Quando arrivava il fresco le donne tornavano a casa con la roba asciutta.
Oltre a Perduìli , si soleva lavare i panni a Perda Piscina , a is Cannas , a
s'arriu ‘e mesu , a sa Mitza , a Perdu Pisu .
I benestanti facevano fare questi lavori alle domestiche oppure a delle donne che lavavano i panni altrui per mestiere.
In genere, si stirava solo la roba che si indossava, con il ferro di ghisa riscaldato dalle braci poste al suo interno. Era un lavoro molto delicato perché poteva capitare che pezzetti di carbone incandescente fuoriuscissero dai forellini laterali, che decoravano il ferro e che servivano ad arieggiare le braci, bruciando i vestiti. Era anche faticoso perché, per ottenere un buon risultato, occorreva premere il ferro sui panni con molta forza. S'arrestu de sa roba s'allisciara cun is manusu , il resto della roba si lisciava con le mani.
Il pane
Una volta alla settimana, il sabato, nelle primissime ore del giorno, si fadeda su pani , si faceva il pane. I preparativi avevano, però, inizio dal lunedì: il grano, separato dalle impurità con su cibiru in ferro, il crivello, veniva lavato in su sadazzu po' sciacuai su trigu , nel setaccio per lavare il grano, e posto ad asciugare al sole in
su canisteddu , nel canestro. Infine si macinava.
Fino alla fine degli anni '40 ognuno macinava il grano in casa propria utilizzando la mola sarda, azionata da un asinello bendato e pungolato da un bambino, in modo che non si fermasse.
Pochissimi erano i mulini azionati con l'acqua del Cixerri; di uno di essi è rimasto il ricordo nel nome della strada, via su Molinu , che si doveva percorrere per arrivarci.
Fino ai primi del ‘900, chi non possedeva la mola in casa ricorreva ai mulini di zia Paulica
Figau, nota mugnaia del paese, proprietaria di molti asinelli e mole asinarie, situate dove ora sono le ex scuole elementari di via
Mannu. Con la diffusione dei mulini elettrici, diminuì il lavoro per la signora
Paulica, che dovette prima eliminare il lavoro notturno e poi ridurre l'attività a due soli mulini: “Così per gli abitanti di Siliqua cessò lo spettacolo quotidiano che si manifestava nelle strade del centro, a ore fisse, e più volte nella stessa giornata, quando passavano i folti branchi di asinelli, che i figli di zia
Paulica, giovani e puntuali mobentraxius , conducevano in un continuo andirivieni dagli impianti molitori vicino alla parrocchia fino alla chiesetta campestre di Santu Giuseppi”.
Nella seconda metà degli anni venti, entrò in funzione il mulino elettrico in via Duca degli Abruzzi, che in poco tempo sostituì le mole tradizionali. Il processo fu accelerato dalla seconda guerra mondiale poiché il regime fascista impose ai contadini di versare al Monte Granatico quasi tutto il raccolto e vietò a tutti di macinare in casa.
Il grano, una volta macinato, era setacciato con su sadazzu grussu , col setaccio grosso, posto sopra su
scedatzadori , il cernitoio, per separarlo da su poddi , la crusca.
Cun su sadazzu fini , col setaccio fine, poi, si separava su scetti , il fior di farina, raccolto in su
canisteddu , da sa simbua e da su poddieddu , la semola e il cruschello.
Per separare su poddieddu da sa simbua si utilizzava sa pobìna . Grazie a movimenti circolari, su poddieddu si raccoglieva al centro de sa pobìna e veniva, poi, tolto con un cucchiaio; infine, per separare sa simbua grussa da sa fini , si utilizzava su cibiru fini , il crivello fine in genere in giunco.
La semola grossa era utilizzata per cucinare sa simbua fritta, sa simbua cun tamatiga e sa simbuedda , la semola fritta, la semola col pomodoro e il semolino, e per preparare sa
fregua, un tipo di pasta. Con la semola fine e la farina si preparava il pane e la pasta.
La crusca, da sola, era il cibo delle galline; impastata grossolanamente con acqua e sale e cotta al forno, diventava su cùccu ‘e is canisi , una pagnottella che a pezzi era data, insieme agli avanzi, ai cani.
Con il fior di farina si preparava su civraxu , detto anche spongiu ; con la semola si preparava il pane di pasta dura, su
coccoi o pani limpiu . Con il cruschello, in cui rimaneva anche parte della semola, veniva preparata sa
spoddiadura , il pane integrale.
Oltre al pane si preparava anche la pasta: cruxionisi, zappueddusu e malloreddusu , ravioli, straccetti e gnocchetti sardi.
La lavorazione vera e propria del pane iniziava il venerdì sera, candu
si ndi fadeda pesai su fromentu , quando si faceva rinvenire il lievito: in un recipiente pieno d'acqua tiepida veniva sciolta la pasta lievitata conservata dalla settimana precedente che, nelle prime ore del giorno, si impastava con la farina, la semola, l'acqua e il sale.
Ogni pane richiedeva un tipo di lavorazione diverso: per ottenere su spongiu , la pasta veniva inizialmente lavorata sul tavolo e poi spongiada in sa scifedda , ossia lavorata con i pugni nel catino in terracotta. È da questo particolare movimento, sa spongiadura , fatto per rendere soffice la pasta, che prende il nome su
spongiu .
Su coccoi , la pasta dura, fia ciuexiu cun su figàu de sa manu tottu in sa mesa , era lavorato spingendolo in avanti con la parte iniziale del palmo della mano interamente sul tavolo.
Quando il pane iniziava a axedai, a lievitare, si accendeva il forno. Si utilizzavano due o tre fascine di moditzi, mudegu, obioni, ollastu, qualche volta
anche de sarmentu (lentisco, cisto, corbezzolo, olivastro, vite). Una volta che il fuoco era attecchito si murigada
po' du fai pasiai , si spargeva la brace su tutto il forno in modo tale che il calore si diffondesse uniformemente. Infine, si aggiungevano altre due fascine per ravvivarlo. Si scopava il fondo per rimuovere la brace cun
sa scova de forru , una scopa fatta con la stessa legna delle fascine. Se era troppo caldo, la scopa veniva passata bagnata. Quando il tetto e il piano del forno erano rossi per il calore, si poteva infornare
prima su civraxiu poi su coccoi .
Per mantenere costante il calore all'interno, le braci erano sistemate in sa bucca ‘e su forru , nella bocca del forno, che era, poi, chiuso con uno sportello di ferro o di ghisa. Per controllare la cottura del pane, ogni tanto si apriva lo sportello e si sollevavano le forme con una pabia , una pala, per scrutarne il fondo. Quando questo era ben colorato si sfornava il pane che era poi conservato in sa scifedda , in modo tale che si mantenesse soffice per tutta la settimana. Chi non aveva forno andara a inforrai in forru allenu , andava a infornare nel forno di altri .
Già dai primi del ‘900, si cominciò ad acquistare il pane nelle botteghe o direttamente nei panifici; erano soprattutto gli uomini che vivevano da soli, i boscaioli che lavoravano nei monti e gli operai. Durante la seconda guerra mondiale, continuò a fare il pane in casa solo chi coltivava il grano o qualcuno che riusciva a procurarsi la farina a iscusi (all'insaputa delle autorità) ; gli altri erano costretti a prenderlo in panificio poiché era razionato.
I materassi
Un lavoro domestico particolare, che si faceva una sola volta all'anno, in genere d'estate, era la preparazione dei mantalafusu . I
materassi venivano aperti e su prenimentu , il contenuto, era rovesciato sul pavimento. Una parte andava persa durante l'anno perché, essendo fatta di foglie o erba secca, si sbriciolava e veniva sostituita con su
prenimentu nou , fatto di crinu , foglie di palma sfilacciate, oppure di altre fibre vegetali.
Su crinu era acquistato in grosse trecce. Queste erano cramiarasa , ossia dipanate e lavorate con le mani per renderle morbide e flessuose. Molti, al posto de su crinu , troppo costoso, utilizzavano altre piante che raccoglievano in campagna, lungo il corso dei fiumi, e che venivano seccate al sole.
Con su prenimentu si riempiva la fodera del materasso, poggiato sopra un tavolo: era necessario colmare ogni spazio, in modo tale che esso acquistasse la giusta consistenza. La fodera, una volta ricucita, veniva tesa ai bordi; si afferravano insieme la tela e una parte de su prenimentu che, cuciti assieme con lo spago e s'agu sacchera , un ago arcuato, formavano su curdoni , una specie di bordura, in entrambi i lati del materasso.
L'ultima fase era l'impuntura: dei fiocchetti di tela erano appuntati da una parte all'altra del materasso con lo spago e lunghi aghi, in modo tale da fissare ulteriormente su prenimentu . Spesso po' sciusciai i mantalafusu , fai su curdoni e appuntai , per disfare i materassi, cucire la bordura e fare l'impuntura, si ricorreva a mani esperte, ossia a delle donne che facevano i
mantalafaiasa, le materassaie , per mestiere. A Siliqua, c'è ancora chi si ricorda di zia Onorata e zia
Marietta.
Il maiale
Altro lavoro annuale, tipicamente femminile, era la lavorazione della carne del maiale. Il giorno della macellazione, prerogativa del capofamiglia oppure di una persona che godeva di una certa autorità, era una vera festa. Avveniva in genere tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre e vi partecipavano i parenti e i vicini di casa che ricevevano poi una porzione di carne, sa mandara, la mandata.
Prima cosa da fare era raccogliere il sangue in una bacinella e aver cura di mescolarlo continuamente in modo tale che non coagulasse. Con esso, le donne preparavano su sanguanciu , il sanguinaccio. Il sangue era insaporito con la cannella, la saporita, l'uva passa e lo zucchero e poi raccolto all'interno de
i moccasa , l'intestino crasso, precedentemente lavato e legato alle estremità. Il sanguinaccio si faceva bollire per circa mezz'ora e si consumava come un insaccato.
Dopo la macellazione, la carne era separata dalle ossa che, non completamente spolpate, si mettevano prima in salamoia per circa una settimana, poi si appendevano in un luogo fresco e arieggiato per asciugare in modo che si conservassero a lungo. In inverno si facevano bollire e se ne mangiava la carne.
La polpa era tagliata a pezzi e conservata nell'aceto, insieme ad aglio e semi di finocchio selvatico, per essere consumata arrosto. Dalle parti di carne molto grasse, tagliate a pezzetti e poste sul fuoco per far sciogliere il grasso, si otteneva sa gerda che
si conservava in pentole di coccio ed era consumata come companatico, per condire le pietanze e per fare un particolare tipo di pane, su pani cun gerda . Dal grasso rassodato, si ricavava lo strutto che era conservato in contenitori di vetro o terracotta ed utilizzato al posto dell'olio.
Con is intzuddasa , le setole, si fabbricavano pennelli o spazzole. Alcuni ciabattini le utilizzavano come spago per cucire le scarpe.
Il lardo tagliato a strisce insieme alla cotenna veniva salato e conservato in un luogo fresco. Si usava come companatico o come condimento. Anche la cotenna era utilizzata, soprattutto per aromatizzare le minestre di legumi. Le zampette si conservavano in salamoia e poi in un luogo fresco, come le ossa.
Su satitzu , la salsiccia, richiedeva una lavorazione particolare. La polpa e il lardo, tagliati a pezzi piccolissimi, erano mescolati con le mani insieme ad aceto, sale, pepe e, volendo, spezie e matafaua (semi di finocchio selvatico). Era necessario rimestare e aggiungere aceto alla carne così aromatizzata più volte al giorno. L'impasto, dopo alcuni giorni, si metteva dentro l'intestino tenue che nel frattempo era stato conservato in una bacinella con del sale, pressato in modo tale che non vi restassero bolle d'aria. Legate le estremità dell'intestino, le salsicce erano appese a delle pertiche e poste ad asciugare in solaio o in cantina. Si consumavano dopo un mese.
Il giorno dopo la macellazione, le donne lavoravano le cosce per fare il prosciutto. Facendo attenzione a non rompere l'osso, dopo averle salate, le sistemavano tra due assi sopra cui erano poste, per circa 4-5 giorni, delle pietre in modo tale che fuoriuscissero tutte le sostanze liquide. Le cosce venivano, poi, sciacquate con aceto e aromatizzate con pepe, semi di anice e aglio. Infine, si appendevano in un luogo fresco, possibilmente esposto al vento di tramontana, affinché essiccassero più in fretta e potessero, così, conservarsi a lungo. Alcune, prima di appenderle, le essiccavano al fumo di erbe aromatiche soprattutto del cisto. Il prosciutto era pronto dopo alcuni mesi.
Conserve e marmellate
Compito esclusivo delle donne, essenziale per il bilancio familiare, era la conservazione de su lori , i cereali e i legumi, sia di quelli destinati alla semina sia di quelli per uso alimentare: orju,
trigu, fà , cixiri, prisuci , fasou e gentilla (orzo, grano, fave, ceci, piselli, fagioli e lenticchie).
I primi erano riposti in ambienti asciutti, sui pavimenti in legno dei solai, protetti dai parassiti con i rametti di assenzio e rigirati spesso. Quelli non destinati alla semina venivano posti per circa 15 minuti nel forno ancora tiepido, dopo la cottura del pane, in modo che non germogliassero e si conservassero meglio.
L'orzo e i ceci torrefatti cun su turradori (contenitore metallico di forma cilindrica) erano utilizzati al posto del caffè.
Ogni estate, nel periodo più caldo, in genere tra la fine di giugno e la prima metà di agosto, si preparavano is
tamatigas siccarasa , cioè i pomodori secchi. Si utilizzavano tutti i tipi di pomodori, sia su tundu sia su brucuitu , sia il tondo sia il lungo.
Si procedeva in questo modo: is tamatigasa si sperranta in dusu, si ponenta in d'una cascitta de
linna; poi si ghettada su sabi apizzusu e si ponenta a siccai in su sobi po ottu, dexi disi (si tagliavano in due, si mettevano sulle cassette di legno, si cospargevano di sale e si mettevano a seccare al sole per otto, dieci giorni) . Di notte venivano ritirati in modo tale che l'umidità non li danneggiasse. Di quando in quando si aggiungeva, se necessario, altro sale. Una volta pronti, si riponevano all'interno di barattoli di vetro cun follasa de lau e de afrabbica, con foglie di alloro e di basilico .
I pomodori secchi, preparati in questo modo ancora oggi, sono utilizzati per sostituire il pomodoro fresco e per insaporire piatti particolari, sia di carne sia di pesce. Si mangiano anche con il pane abbrustolito condito con olio.
Dai pomodori si ricavava, inoltre, il concentrato. Il sugo dei pomodori, macinati per eliminare bucce e semi, era versato su un telo a trama fitta, che veniva legato e appeso all'esterno, in modo tale che perdesse la parte acquosa e fosse ridotto ad una poltiglia. Il prodotto ottenuto, infornato per circa 10-15 minuti e unto con un leggero strato di olio di oliva, era riposto in pentole di coccio, ricoperto di foglie di alloro. Un cucchiaino da caffè era sufficiente a condire il pasto di un'intera famiglia.
I carciofi, i peperoni, gli asparagi si preparavano sott'olio o sott'aceto.
Si conservava, naturalmente, anche la frutta. Interessante è la preparazione de sa figu siccara , i fichi secchi. Dopo essere stati essiccati al sole per circa dieci giorni, venivano infornati per alcuni minuti e riposti nei recipienti con alcune foglie di alloro. Erano usati anche per preparare sciroppi contro la tosse.
S'axia , l'uva, poteva essere conservata con procedure e metodi diversi: al naturale, sciroppata, sotto spirito. Al naturale, gli acini, cosparsi di zucchero, erano posti in contenitori di vetro che venivano sterilizzati. Per preparare l'uva sciroppata si faceva bollire un litro d'acqua con 400 grammi di zucchero; allo sciroppo, una volta freddo, si aggiungevano gli acini. Il prodotto posto nei vasi di vetro si faceva sterilizzare per mezz'ora. Per fare l'uva sotto spirito, gli acini, cui era stato lasciato un pezzo di picciolo, erano coperti di alcol a 90 gradi oppure di acquardenti stagionata.
Ottenere sa pabassa , l'uva passa, era più complesso. Si faceva bollire a lungo dell'acqua con foglie di alloro e un po' di cenere in un sacchetto di tela. L'acqua era poi filtrata e portata nuovamente ad ebollizione. A questo punto si immergevano per pochi secondi i grappoli d'uva che poi erano appesi all'aperto per appassire. Infine, erano infornati per 10-15 minuti.
Dall'uva si otteneva anche sa saba , un specie di marmellata che veniva consumata spalmata sul pane o usata nella preparazione di dolci come su pani ‘e saba , i pabassinasa, is caschettasa. Per ottenerla si faceva bollire a lungo il mosto prima che fosse iniziata la fermentazione fino ad ottenere un prodotto fluido.
Vi era chi preparava anche la marmellata de arangiu, de cerexia, de figuera, de pira, de pressiu e de meba pirongia (d'arance, di ciliegie, di fichi, di pere, pesche e di mela cotogna).
Vari erano i modi di conservare sa figu morisca , i fichi d'india. I frutti erano raccolti cun
sa cannùga , con una canna, e liberati dalle spine con una scopa fatta de modditzi o de tramatzu (di lentisco o di tamerice). Se non venivano consumati appena colti, erano utilizzati per preparare is pibarduasa ,
i fichi sbucciati, essiccati al sole e infornati.
Per fare la marmellata, i fichi d'india, sbucciati, erano messi a bollire finché non diventavano una purea. Questa, passata al setaccio per eliminare i semi, era rimessa a bollire con su croju ‘e arangiu siccau , la scorza d'arancia essiccata, fino alla completa raffinatura.
Dalle bacche de sa muta , del mirto, invece, si preparava su licor‘e muta , il liquore di mirto, oggi diffuso in tutta Italia.
Le olive erano utilizzate sia per fare l'olio sia come companatico. Il modo più semplice per conservarle era in sa murgia , in salamoia, ossia in abbondante acqua salata, possibilmente di pozzo o di sorgente, aromatizzata cun su fenugheddu , col finocchio selvatico. Pronte dopo quaranta giorni, erano chiamate obia cunfittara .
Se si desiderava consumarle subito, si pestavano, si facevano bollire per cinque minuti e poi erano messe in salamoia.
Il formaggio
Nelle famiglie dei pastori, la massaia si dedicava anche alla preparazione dei latticini.
Is casadasa e su casu axedu richiedevano una lavorazione abbastanza semplice ma si potevano conservare solo per breve tempo, un giorno o poco più.
Is casadasa si ottenevano facendo bollire, fino alla coagulazione, il colostro delle pecore con zucchero e scorza di limone. Su casu axedu si preparava unendo mezzo quarto di siero, un litro di latte e una piccola quantità di caglio. Si copriva e si metteva in un luogo tiepido affinché fermentasse. Si consumava dopo circa 10-12 ore. Caratteristico era il recipiente per prepararlo, fatto di sughero, su casiddu . Dopo la prima volta, su casu axedu si poteva preparare anche senza aggiungere il caglio, lasciando in su casiddu un po' del prodotto precedente.
Il formaggio, sia il pecorino sia su casu martzu , il formaggio marcio, a fronte di una preparazione più elaborata, si conservava molto più a lungo.
Fare il formaggio era compito degli uomini. Si doveva avere a disposizione su callu , il caglio, cioè lo stomaco essiccato degli agnellini o dei capretti nutriti solo con il latte materno. Un pezzetto di caglio si faceva sciogliere, avvolto nella tela, nel latte tiepido, possibilmente appena munto, che dopo circa 30-40 minuti si addensava. Il composto, diviso a pezzi, si metteva nei discusu de casu , forme di legno o di alluminio, forate nel fondo e rigirate spesso, per permettere la fuoriuscita del siero.
Per ottenere un formaggio di buona qualità era fondamentale saperlo lavorare con le mani. Con il siero, ancora caldo, si accottada su casu , cioè si bagnava più volte il formaggio che nei giorni successivi, tolto dalle forme, era posto in salamoia per uno o due giorni e, infine, esposto all'aria per la stagionatura.
Dal siero rimesso a bollire si otteneva s 'arrescottu , la ricotta, usata sia come companatico sia per la preparazione di minestre, di dolci, di ravioli e del pane con ricotta.
Infine, vi era su casu martzu . Il formaggio fresco veniva spalmato d'olio d'oliva in modo tale che l'umidità non potesse evaporare e marcisse, divenendo piccante al punto giusto.
I formaggi tipici prodotti a Siliqua erano il pecorino e il caprino.
I frutti delle campagne
Completava l'alimentazione tutto ciò che la campagna offriva spontaneamente, frutta e verdure. La loro raccolta era un compito svolto da tutti i membri della famiglia: le donne quando andavano a lavare i panni, i bambini dopo la scuola o quando andavano a fare il bagno al fiume, gli uomini quando andavano a caccia o appositamente in cerca di funghi o asparagi.
Raccoglievamo s'obioni, sa pira buttidu, sa pira camusina, sa pira matza niedda e sa prunixedda (il corbezzolo, le pere e le prugne selvatiche).
Importante era la raccolta de su cordobìnu, dei funghi . Armati de gotteddu , i cercatori tagliavano i funghi de su tanaxi , dal gambo, e li riponevano in su canisteddu . Il tipo più facile da trovare è sempre stato su bullèttu , il prataiolo, che cresce praticamente su tutti i terreni non adibiti a colture.
Il più prelibato ma anche il più difficile da trovare è su cordobìnu ‘e
petza, il cardarello, che cresce solo in alcune zone caratterizzate da cespugli molto bassi.
Altri tipi di funghi assai ricercati sono su cordobìnu de mudegu e (boleto del
cisto) e sa tuvara (una varietà di agarico ). Alcuni, sebbene mangerecci, non erano colti o perché ritenuti a torto dannosi, o perché non erano considerati abbastanza prelibati. Raramente i ricercatori coglievano s'ovulu , su cordobìnu de padenti , su
cordobìnu de cabefrori , su tabaccu de mraxiani, su cordobìnu de matta , su
cordobìnu de ìlixi e cordobìnu de linnarbu (l'ovulo, la clitocibe
geotropa, la ditola gialla, il tabacco di volpe o vescia buona, il pleutrotus
ostreatus, il leccino e il boleto del pioppo).
In campagna si raccoglieva, inoltre, su gureu , il cardo selvatico, del quale si mangiavano is costallasa , le foglie, crude o bollite, sa cugutzua , su
sparau , su camingioni e su matutzu (i carciofini selvatici, gli asparagi, la cicoria e il crescione).
Brintai cu' antri
Diversi erano i mestieri che la donna svolgeva all'epoca: alcune andavano nelle campagne a spigolare, altre lavavano i panni per le famiglie benestanti; vi era chi rifaceva i materassi, chi girava di paese in paese a vendere lo zafferano, sa zaffaranaia .
Una delle occupazioni più diffuse, a Siliqua, tra le donne, era quella di domestica. Il contratto po
brintai cu' antri , per lavorare a servizio, era in genere stipulato il 15 agosto insieme a quelli per i srebidorisi che lavoravano in su sattu . Le domestiche avevano due settimane per decidere e per terminare i preparativi. Il primo settembre iniziava il lavoro che durava all'incirca un anno.
I contratti si stipulavano ad agosto perché a settembre avevano inizio i lavori agricoli. Non a caso il nome in sardo di settembre è cabudanni , cioè primo mese dell'anno. È, probabilmente, un retaggio del calendario bizantino che faceva cominciare l'anno, anche liturgico, in questo mese.
Le donne iniziavano a lavorare da bambine, qualcuna addirittura all'età di sei anni, e continuavano in genere fino a quando si sposavano.
Percepivano una paga annuale e un pezzo di stoffa per farsi la camicia e alloggiavano quasi sempre in domu ‘e
i merisi, in casa dei padroni.
Esse svolgevano tutti i lavori domestici, ad eccezione della preparazione dei pasti che era prerogativa esclusiva de sa meri . Alcune serbidorasa , erano assunte per svolgere particolari lavori, come ad esempio po' castiai is pipiusu, per badare ai bambini; sa serbidoredda pittica, la serva bambina , poteva essere assunta anche solo per uno specifico lavoro, come quello di toccai su bastiòu , cioè pungolare l'asinello che girava la macina; per questo compito riceveva come paga sa fitta ‘e su pani , una fetta di pane; in questo modo ella non pesava sulla famiglia di origine in quanto vi era una bocca in meno da sfamare.
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