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I BAMBINI E I LORO GIOCHI

La maggior parte della giornata era dedicata al lavoro. Anche i bambini, sia prima di entrare sia all'uscita da scuola, quando avevano la possibilità di frequentarla, dovevano svolgere il loro dovere in casa, all'orto, in campagna, col bestiame. Eppure il tempo per giocare si trovava sempre. I giocattoli erano pochissimi e, in genere, costruiti dagli stessi bambini magari con l'aiuto dei nonni che avevano più tempo da dedicargli.

Le bambine, ad esempio, si costruivano i bambulleddasa o pipieddasa de zappu, le bambole o bambinette di stracci: un pezzo di stoffa arrotolato, piegato in due e legato per fare la testa, un pezzo più piccolo per le braccia. Occhi, naso, bocca disegnati, i vestiti fatti con altri avanzi di tessuto. Giocavano a mamma e filla , a mamma e figlia; si costruivano le case usando i sassi per delimitare le stanze e altri per indicare i mobili; facevano finta di ricevere le amiche e offrivano loro acqua come se fosse liquore.

Quando le bambine trovavano una coccinella, la prendevano in mano e per incoraggiarla a riprendere il volo, soffiavano su di lei, cantando:

Babbaioba, babbaioba

Coccinella, coccinella

piga su libru e bai a iscolla

prendi il libro e vai a scuola

piga su libru e bai a Casteddu

prendi il libro e vai a Cagliari

Pottamì u bellu aneddu

Portami un bell'anello

u bellu aneddu po mi coiai

un bell'anello per sposarmi

Babbaioba pesadì a bobai ( oppure acoita a torrai)

Coccinella alzati in volo (oppure fai in fretta a tornare)

I bambini, con gli stracci messi dentro una vecchia calza, si fabbricavano il pallone e con le canne, i fucili, i cui proiettili erano fatti con pezzetti de cardilloni siccau , asfodelo secco, in cui erano conficcate delle spine di fico d'india, per la cattura di lucertole e rane; con le foglie del fico d'india costruivano su carrixeddu de carrucciu , una specie di carrettino; con lo spago e un pezzetto di pelle sa frunza , la fionda; con un bastoncino di legno e gomma su tir'ellasticu , un altro tipo di fionda; cun su truncu ‘e sa scova , col bastone della scopa, andavano a cavallo.

Maschi e femmine assieme giocavano a mammacua, a nascondino, a conca e crastus, a testa o croce con le monete, a funi , a fune, a conillu, a rincorrersi a zig zag come i conigli, a pisuncheddu , a saltare, come nella piazza ma non necessariamente con i quadrati disegnati per terra, cun sa bardunfa , a trottola, a bicus , a pietre, a su giogu de su sadazzeddu , il gioco del setaccio.

Per giocare a bicus occorrevano cinque pietre. Inizialmente, poste sul palmo della mano, si lanciavano in aria e si cercava di riprenderle col dorso. Quelle che cadevano in terra dovevano essere recuperate: si lanciava in aria una pietra e nel frattempo si raccoglievano, ad una ad una, quelle cadute. Bisognava farlo in fretta perché si doveva anche riacchiappare quella che era stata lanciata. Poi le pietre si buttavano a terra e, lanciandone in aria una, bisognava riprenderle le altre prima una alla volta, poi due alla volta, poi tre insieme e una da sola, poi quattro tutte assieme. Per fare il cinque si procedeva così: si tenevano quattro pietre in mano che, mentre si lanciava la quinta in aria, dovevano essere messe a terra velocemente in modo da riacchiappare quella lanciata. Poi le quattro dovevano essere riprese. Si eseguivano anche altre figure fino ad arrivare a dieci. Una era su pramu , il palmo: le pietre dovevano essere sistemate sulla punta delle dita della mano poggiata in terra e raccolte una per volta. Era un gioco di destrezza perché si doveva fare tutto con una mano sola.

Per giocare a su giogu de su sadazzeddu ci si metteva in cerchio. Un bambino stava in mezzo e chiedeva a caso ad uno dei compagni: a nau mamma a mi donai su sadazzeddu (ha detto mamma di darmi il setaccio). Lui rispondeva: bai anch'esti… e pigasindeddu (vai da …, faceva il nome di un altro, e prendiglielo). I due dovevano correre per scambiarsi il posto, facendo il più velocemente possibile in modo che chi stava al centro non arrivasse prima. Chi restava senza posto nel cerchio si metteva in mezzo e il gioco ricominciava.

Un altro gioco, simile, era quello de sa matta , della pianta. A tutti i partecipanti, disposti in cerchio, corrispondeva un numero, mai superiore a quello complessivo dei giocatori. Al centro stava chi svolgeva il ruolo de sa matta , il cui compito era quello di dare inizio al gioco dicendo: In sa matta mia ci funti cincu arangiusu (nella mia pianta ci sono cinque arance). Il giocatore numero cinque interveniva immediatamente e chiedeva: p oita cincu ? (perché cinque?). Sa matta rispondeva: e'lle cantu ? (E allora quanto?); il numero cinque allora doveva indicare un altro numero e il gioco proseguiva finché qualcuno, distratto, non sbagliava. Per ogni errore si deppeda pagai prenna , pagare pegno, ossia fare una penitenza scelta dal gruppo.

Per Natale si giocava a pizzu, cù o costedda , punta, sedere o di lato , a ciucciu, non si tocca, a cavalieri in porta , cavaliere alla porta. Erano tutti giochi che si facevano con le mandorle.

Nel primo bisognava indovinare la posizione di una mandorla nascosta tra le mani: de pizzu cioè con la punta in avanti, de cù dalla parte che stava attaccata alla pianta, o de costedda cioè di lato.

Nel secondo, le mandorle erano posizionate per terra. Un giocatore ne contrassegnava, mentalmente, una. Gli altri, a turno, raccoglievano le mandorle da terra, ad una ad una, e potevano tenerle per sé, finché non toccavano quella segnata. Quando un giocatore toccava la mandorla segnata, il primo diceva ciucciu , non si tocca. Da quel momento nessuno poteva più raccoglierne e le restanti rimanevano a lui.

Nel terzo un giocatore nascondeva nel pugno un certo numero di mandorle e, rivolto ad un compagno, diceva: Cavalieri in porta (cavaliere alla porta); rispondeva il secondo: lassami intrai , (lasciami entrare). Continuava il primo: cantu ci nd'arai? (quante ce ne saranno?). Rispondeva l'altro: Ci nd'antessi … (ce ne saranno…) e diceva un numero. Se indovinava il numero delle mandorle vinceva.

Si giocava anche cun su baddarincu , una specie di trottolina, in genere di metallo, sui cui quattro lati erano incise le lettere T ( tottu, tutto), M ( mesu , metà) N ( nudda , nulla), P ( poni , metti). Su baddarincu si faceva girare e, a seconda della lettera che usciva, il premio in palio, in genere mandorle o castagne, poteva essere preso tutto, a metà, oppure per nulla o addirittura bisognava aggiungere del proprio.

Gli adulti, ma anche i ragazzini, giocavano spesso a istrumpasa, letteralmente a buttarsi giù. Era una sorta di lotta libera in cui i due contendenti dovevano, afferrandosi alla vita o alle braccia, cercare di buttarsi per terra sia con la forza sia con l'astuzia. Si creavano vere e proprie squadre di giovani che si sfidavano tra di loro e spesso andavano anche in trasferta nei paesi vicini, soprattutto Vallermosa e Domusnovas.

Si racconta che due campioni abbiano continuato a lottare per una notte intera senza riuscire a buttarsi giù. In genere era un gioco pacifico ma poteva capitare che si arrivasse veramente alle mani.


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