La guerra rese ancora più grave la situazione di miseria delle popolazioni sarde, anche se gli aiuti provenienti dagli Stati Uniti d'America contribuirono a mitigare gli effetti della depressione economica e della disoccupazione.
Di particolare importanza fu il piano di eradicazione della malaria, finanziato dalla Fondazione Rockfeller, dall'UNRRA e dall'ECA e attuato dall'Ente regionale lotta anti anofelica (Erlaas).
La malaria era una delle principali cause della povertà e del sottosviluppo della Sardegna. Con questo piano si prevedeva la suddivisione del territorio regionale in zone e l'irrorazione di quelle a rischio con il DDT per eliminare gli insetti responsabili della trasmissione della malattia. La campagna anti anofelica durò dal 1946 al 1950. Nella sola Siliqua furono impiegati un centinaio di operatori che combatterono con impegno una battaglia ricordata ancora oggi con orgoglio da chi vi partecipò.
La struttura economica del paese sino agli anni cinquanta era rimasta pressoché la stessa descritta dall'Angius nella prima metà del XIX secolo: un gran numero di salariati e lavoratori a giornata soggetti in tutto e per tutto al potere di pochi proprietari che, disponendo di manodopera a basso costo, sfruttavano la rendita senza investire né migliorare le aziende.
Unica novità rispetto al secolo precedente fu l'affrancamento dalla terra di numerosi lavoratori impiegati nelle ferrovie e nella polveriera militare di Tuvoi.
I pastori sopravvivevano pagando affitti esosi, il che, nelle brutte annate, significava spesso dover vendere il gregge per pagare i debiti.
La situazione economica ebbe una svolta a partire dai primi anni cinquanta con l'avvio del piano di rinascita. La creazione del polo industriale di Macchiareddu e l'ondata migratoria verso il nord Italia portò i giovani siliquesi, compresi i figli dei proprietari, ad abbandonare in massa la campagna per trovare lavoro nelle fabbriche.
Le leggi di riforma agraria fecero calare notevolmente il prezzo dei fitti dei terreni che, pian piano, passarono in mano ai pastori barbaricini, soprattutto desulesi, disponibili a quel lavoro duro e allora poco remunerativo che tanti avevano abbandonato. In pochi anni, con l'abbandono della pratica della transumanza, furono create numerose aziende stanziali moderne. Oggi l'asse portante dell'economia siliquese è costituito da una florida attività di allevamento, con un patrimonio di oltre quarantamila capi ovini, di gran lunga il più grande della provincia. Sul fronte economico, oltre alle attività commerciali ed artigianali già consolidate, muove i primi passi il settore turistico, che basa le sue prospettive di sviluppo su un territorio ricco di beni culturali e ambientali, di cui il castello di Acquafredda è solo il più conosciuto.
|