Il ponte
Fino ai primi anni del ‘900, gli abitanti di Siliqua prelevavano l'acqua potabile da una sorgente, sa Mitza , a sud dell'abitato, oltre il fiume
Cixerri. Essa, secondo il Casalis, “somministra abbastanza al bisogno della popolazione, né mancò giammai.” Per raggiungerla si adoperava un ponte di precaria fattura e le donne cadevano in acqua nell'attraversarlo. Su ponti ‘e sa Mitza era, inoltre, l'unico che permetteva anche ai forestieri di raggiungere l'altra riva del
Cixerri. Esso crollò e fu riedificato varie volte.
In un documento del 26 agosto 1847, indirizzato alla Segreteria di Stato, il Consiglio Comunitativo chiese al viceré la ricostruzione del ponte, caduto nell'inverno precedente. Il consiglio fece fare una stima a muratori locali, che ipotizzarono una spesa di circa 1420 lire. L'intendente non ne accettò il preventivo né affidò loro l'incarico della costruzione. Secondo il suo parere, sarebbe stato opportuno far intervenire un ingegnere tra quelli che lavoravano alla costruzione della strada Cagliari-lglesias.
Il progetto non si realizzò forse perché, a causa del clima umido, malsano e malarico di Siliqua in quel periodo dell'anno, nessun ingegnere era disposto ad accettare l'incarico.
In attesa di un parere favorevole, il Consiglio chiese, per consentire l'attraversamento del fiume, di procurare una barca da
Serramanna. Il 27 settembre 1847 il viceré negò l'autorizzazione alla spesa per il ponte e ordinò che si provvedesse con la barca da
Serramanna. A questa decisione si oppose l'Intendente provinciale Maury: “L'ipotesi della barca non è fattibile perché, vista la grande corrente sul posto, come constatato, andrebbe a sbattere sulle rocce”. Poiché il ponte era necessario a tutti i paesi del circondario, propose che si costruisse con il concorso degli altri paesi.
L'idea della barca fu abbandonata quando, il 9 dicembre 1847, l'ingegnere Reggente Boccino diede parere favorevole alla costruzione del ponte.
L'autorizzazione definitiva della costruzione fu concessa il 21 dicembre 1847.
Il cimitero
Anticamente il cimitero di Siliqua era situato a fianco alla chiesa parrocchiale. Secondo l'inventario delle chiese di Siliqua, redatto nel 1761 per ordine dell'Arcivescovo di Cagliari Tomaso Ignazio Maria Natta, aveva due ingressi ed era chiuso da un alto muro in pietra, privo di alberi e di fontana, con in mezzo una croce. Fu utilizzato fino al novembre 1867.
Già dal 1850 il Consiglio Comunale pensava di costruirne uno nuovo al di fuori del centro abitato, vicino alla chiesa di San Giuseppe (tra le attuali vie Iglesias e Giordano Bruno). Poiché il terreno individuato era roccioso, si decise, infine, di costruirlo nel terreno offerto da tale Giuseppe Matta . Ancora oggi il cimitero è definito dai siliquesi “ sa pratza ‘e Peppi Matta” .
Alla fine dell'ottocento, Gustavo Strafforello, nel suo libro Geografia dell'Italia , affermava che, dopo quello di Cagliari, il camposanto di Siliqua era il migliore della provincia. Tuttavia nel 1902 era in totale stato di abbandono. Per questo motivo, nello stesso anno, fu ristrutturato e, su proposta del consigliere Piroddi, furono piantati i cipressi che ancora lo adornano.
L'acquedotto
La risoluzione del problema della disponibilità d'acqua potabile fu sempre un obiettivo delle amministrazioni comunali nel XIX secolo.
Il 20 giugno 1882 il Consiglio
Comunitativo, su proposta del sindaco don Salvatore Cardia, decise di rivolgere istanza al governo perché finanziasse un terzo della quota necessaria alla costruzione di un acquedotto comunale. Il sindaco giustificò tale richiesta con l'insufficienza dei mezzi pecuniari . Il Comune, infatti, in quegli anni aveva speso ingenti somme per i locali scolastici, l'ampliamento del Monte
Granatico, il selciamento delle strade, il restauro dei ponti, l'acquisto di un locale destinato a sede comunale e
pretorile, la costruzione “di un bellissimo, ampio e moderno cimitero, per la distruzione di oltre 8000 ettolitri di cavallette, per domare il fatale morbo asiatico dal quale furono questi Comunisti invasi in modo orribile nel 1867”. L'elenco delle opere compiute continua con la rettifica del catasto dei beni rurali, con l'elenco delle spese per mantenere tre classi di scuole elementari, per il ristauro della chiesa Parrocchiale, che minacciava rovina, per la rinnovazione dell'organo, acquisto di una campana .
Il sindaco, inizialmente, diede l'incarico all'ingegnere Charles Davies affinché calcolasse la spesa necessaria. Egli pensò di convogliare l'acqua dal rio
Marchioni, a nord dell'abitato che, analizzata, era risultata ottima. Dallo studio effettuato risultò una spesa di circa 140.000 lire, che si pensava di effettuare per un quarto con il concorso della Provincia (che aveva gia stanziato i fondi) e per un quarto del Governo.
Al Comune il progetto non piacque sia perché il rio Marchioni d'estate era in secca sia perché l'acquedotto attraversava i terreni che Davies possedeva in
Berlingheri. Ciò fece sospettare che la localizzazione della presa dell'acquedotto fosse stata scelta per interesse privato. II progetto non si realizzò e ne nacque una lunga vicenda giudiziaria.
Nel 1897 si diede l'incarico all'ingegner Ravot, ma anche questa volta i lavori non furono attuati.
Solo dieci anni dopo, fu approvato il progetto esecutivo, redatto dall'ingegner Torchioni, per un importo di 122.000 lire, finanziate con mutuo della Cassa depositi e prestiti.
I lavori ebbero termine nel 1911, sotto la direzione di Dionigi Scano, con la captazione delle acque della zona Gutturu Launeddas , ai piedi della odierna diga di Medau Zirimilis .
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