Anche a Siliqua si ebbero diverse manifestazioni di brigantaggio e incursioni di bande di fuorilegge. Un caso riportato negli atti dei consigli di comunità è quello dell'undici luglio del 1844, quando un gruppo di sfaccendati di Siliqua andò in giro a rubare, sradicare alberi, violare domicili. Nulla poterono i barracelli, le guardie addette alla tutela della proprietà agricola, disperati per i danni causati. Nessuno, infatti, per paura di ritorsioni li denunciò: a Siliqua, infatti, era molto difficile stabilire l'autore di un delitto per l'omertà che vi regnava. Il sindaco chiese la nomina di un delegato del regio consiglio, nella persona di Giuseppe Maria Cara, che si assumesse il compito di ripristinare l'ordine pubblico, essendo la banda costituita da pochi elementi conosciuti.
Famosissimo brigante fu il reverendo Serapio Bachis, parroco di Siliqua che a capo di una banda di criminali, assaliva le diligenze, depredandole e uccidendone i passeggeri. Catturato e processato, fu prima condannato a morte, poi, dopo l'intervento della curia, la pena gli fu commutata nel carcere a vita.
Egli divenne così famoso per le sue scorribande da essere citato in Il Cinghiale del Diavolo di Emilio
Lussu: “Non esistono oggi in Sardegna bande di briganti permanentemente raccolti ed organicamente inquadrati, con un capo e dei gregari, come per anni è stata in Sicilia la banda di Giuliano. Tali bande che hanno con alterne vicende operato per secoli, sono scomparse, prima della fine del secolo scorso. Fra le più meritevoli di speciale ricordo, quella che aveva come capitano il reverendo
Bachis, parroco di Siliqua, uomo di cultura e di guerra che si ispirava ai
Maccabei, che fra una messa e l'altra, grazie ad un servizio d'informazioni che augurerei al questore di Nuoro, attaccava le diligenze ad hoc , quelle dei notabili, depredando ed assassinando inesorabilmente, esempio ai suoi, primo sempre ad entrare in combattimento, ultimo ad uscirne. Catturato mentre officiava una messa cantata, i tribunali ecclesiastici di allora si opposero con tutta la loro autorità a che fosse giudicato dalla magistratura ordinaria ed impiccato, e finì i suoi giorni di ben meritata vecchiaia in un convento, dicono i cronisti dell'epoca, in odore di santità.”
Una versione della storia senz'altro più attendibile, è quella riportata da Alberto Cossu nella sua Storia militare di Cagliari: “Il sacerdote Serapio Bachis di Siliqua, unitosi ad una squadriglia di malfattori, il 14 aprile 1844 concorse personalmente all'omicidio con depredazione del cagliaritano D. Pietro
Misorro, al quale vibrò il primo colpo micidiale. Con tal crimine il prete coprì di vergogna il clero e scandalizzò oltremodo i fedeli. I suoi complici furono giustiziati. Il Bachis fu rinchiuso nella segreta detta di S. Macario delle R. Carceri di S. Pancrazio. Con sentenza 7 gennaio 1846 il Supremo Magistrato della R. Udienza condannò a morte il prete assassino. Tale giudizio fu comunicato all'Arcivescovo ma questi ne contestò la validità e si richiamò all'articolo 3° del Concordato 27 marzo 1841. La resistenza del Clero inasprì la pubblica coscienza dell'Isola essendosi visti giustiziati i complici del prete ed essendo sorto il sospetto che l'assassino senza altra sentenza verrebbe semplicemente confinato in terraferma. Per ordine di Carlo Alberto il Bachis fu imbarcato il 24 settembre 1846 nottetempo per impedire che venisse linciato dalla popolazione e trasferito alla più sicura fortezza di Fenestrelle (a pochi chilometri da Torino, tuttora visitabile) . Là fu rinchiuso, solo, nella fetente camera detta “Stanza del Diavolo” e tenuto senza colloquio. Si fece luogo alla Commissione di 6 Vescovi, contemplata
nell'Art. 3° del suddetto Concordato, per l'esame delle osservazioni fatte dall'Arcivescovo di Cagliari sulla condanna capitale: l'8 gennaio 1847 il viceré inviò a Torino il rapporto della Commissione dei Vescovi. Il Sovrano, rilevate, apprezzate e gradite le considerazioni contenute nel rapporto, con Regie Patenti 11 marzo 1847 commutò la pena di morte nella detenzione a vita. L'immunità ecclesiastica era salva!! L'assassino, che già aveva tentato il suicidio, nel 1849 perdette schifosamente la vita in quelle fogne, nelle quali si rinvenne il suo cadavere”.
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