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Rivolte della popolazione

La storia del paese degli ultimi duecento anni ha visto numerose rivolte della popolazione.

Il 12 agosto 1847, il Consiglio di Comunità chiese al viceré l'autorizzazione al taglio delle selve demaniali per poter aiutare i poveri con la vedita del legname non solo ai siliquesi ma anche agli altri paesi del Campidano. La lettera con cui il viceré negava l'autorizzazione, arrivò una settimana dopo: il diniego era motivato con il rischio che il taglio dei boschi poteva provocare la discesa rovinosa a valle delle le acque piovane e il dissesto delle montagne. Chiese di essere informato nel caso si verificassero disordini.

E infatti, la popolazione scese immediatamente in strada per protestare contro il diniego al taglio dei boschi. La manifestazione fu l'occasione, inoltre, per contestare il chirurgo locale, in quanto impediva agli abitanti di servirsi dei flebotomi per i salassi, e per invocare il diritto a farsi salassare da chi si voleva. La manifestazione fu prontamente sedata.

Altre cause di proteste popolari furono i prezzi della carne in vendita nel piccolo mercato comunale detto Is pangas che sorgeva a lato dell'attuale sede del Banco di Sardegna. In più occasioni furono contestati, inoltre, gli accordi tra i beccai per tenerne alti i prezzi.

Rivolta memorabile fu quella del 1896 contro il parroco Giovanni Battista Locci cacciato dal paese sul dorso di un asino con l'accusa di aver sedotto e ingravidato una giovane. La vicenda si concluse con il processo che scagionò il prete e impose il pagamento di una multa agli accusatori.

La sua storia è narrata da Alberto Cocco Ortu nell'articolo pubblicato in L'altro giornale del 2 novembre 1982:

“Un clamoroso processo alla fine del secolo
1896: il parroco di Siliqua scacciato per libertinaggio

Assalito dai compaesani con urla e fischi il Sindaco disse:
”Giudizio, ragazzi: fischiate, gridate ma non trascendete”
La sentenza di condanna per i manifestanti.”

“Novembre 1896, il parroco di Siliqua viene duramente contestato, per la sua poco corretta condotta morale, e costretto a scappare dalla popolazione del paese. Per questi fatti, il 10 Gennaio del 1898, venne celebrato un processo nel Tribunale di Cagliari contro 16 persone che avrebbero usato, nei confronti del prete Locci, violenze e minacce per obbligarlo ad abbandonare il paese, «conseguendo pienamente l'intento» .

La corte era presieduta dal dottor Lay Martis, il Pubblico Ministero era il dottor Piredda, la parte civile era rappresentata dagli avvocati Sanjust, Carboni Boy e Piga, mentre difensori erano gli avvocati Congiu, Fara, Campus Serra, Cau, Scano e Cardia. I testimoni, a favore sia dell'accusa che della difesa, erano moltissimi.

Si cominciò come consuetudine, con l'interrogatorio degli imputati. La maggior parte di loro affermò di non aver preso parte alla manifestazione contro Locci. Qualcuno, però, vedendo «tutta la fiumana della popolazione» che dimostrava con grida e fischi, «ha gridato e fischiato anch'egli, come facevano gli altri». Altri imputati negarono di aver preso parte alla manifestazione, «però non sarebbero stati malcontenti della dimostrazione».

«Tutti i deponenti spiegavano la ragione del rancore della popolazione contro il Locci, motivata dalla poca moralità del medesimo». A sua volta, il parroco disse di essere vittima di una congiura che andava avanti sin dal 1893. Secondo il prete, i compaesani quasi lo assalirono, urlando e fischiando, mentre si recava a celebrare le messe. Anche durante le funzioni non smettevano mai di rumoreggiare. Raccontò che anche il sindaco lo invitò a partire al più presto dal paese. «Tutti gli imputati, secondo il reverendo, o prima o dopo, avrebbero preso parte alla dimostrazione». Concluse le deposizioni delle parti in causa, venne iniziato l'esame delle testimonianze a carico. Durante una di queste risultò che il sindaco disse: «Deu bollu bogai su preri, poita sa popolazioni non ddu bolit».

Tutti i testimoni raccontarono vari episodi dell'intera dimostrazione. «All'apparire del Locci - avrebbero detto alcuni manifestanti - bisogna fischiare». Una donna affermò di avere sentito con certezza il sindaco che diceva ai dimostranti: «giudizio, ragazzi, fischiate gridate, ma non trascendete». Pare addirittura, che alcuni cittadini di Siliqua avessero scritto al Pontefice per ottenere il trasferimento del parroco.

La deposizione del Sindaco di Siliqua, Giuseppe Puxeddu Lay, fu seguita con grande attenzione, perché fu chiamato in causa parecchie volte. Spiegò come il prete non fosse mai stato gradito alla cittadinanza, tant'è vero che, dietro richiesta dello stesso, fu trasferito per qualche anno in un altro paese, ma tornò generando il malcontento di tutti i concittadini.

Per questo Puxeddu Lay si sentì in dovere di avvertirlo. «Badi che il popolo è seccato - gli disse - sia giudice lei stesso». Il primo cittadino di Siliqua concluse dicendo che, per la troppa confusione, non era in grado di dire con certezza chi potesse aver preso parte alla dimostrazione. Tra le testimonianze a favore della difesa destò un certo scalpore quella del notaio Francesco Bachis. Disse che certamente la rimostranza contro il prete non fu organizzata ma nacque «spontanea dall'indignazione popolare», quando osò celebrare la messa in quella chiesa, che, «secondo la voce, era stata profanata da lui». Infatti, secondo il notaio, una giovane donna si recò nel suo studio e gli disse che, costretta dal bisogno, aveva ceduto alle voglie del prete. La donna, già madre, era rimasta incinta ma Locci si rifiutò di aiutarla e anzi, inventò un falso fidanzato della ragazza. Sembra che questo fosse un ragazzo che si era trasferito da giovane a Cagliari e non avesse più rimesso piede a Siliqua. Questo fatto insospettì l'incredulo Bachis che volle scoprire se la giovane lo aveva ingannato. Pare che altre persone gli avessero confermato tutta la storia.

Questa deposizione mandò su tutte le furie il prete che non esitò a ribattere tutte le accuse. Altri testimoni, comunque, confermarono la troppa gentilezza di Locci nei confronti di parecchie ragazze del paese. Il 15 gennaio 1898 ebbe termine il processo. «La discussione tanto da parte dell'accusa Pubblico Ministero Piredda, avvocati Sanjust e Carboni Boy, quanto da parte della difesa brillante, dotta e stringente sostenuta dagli avvocati Cau, Cardia, Campus Serra, Scano e Fara, fu ampia ed esauriente».

Dopo una lunga seduta in camera di consiglio la Corte emise un verdetto contrario alle aspettative. Tra i numerosi imputati, Edoardo Piroddi, Francesco Porru, Giovanni Matta, Angelo Bachis Schirru, Giuseppe Loi, Salvator Angelo Casula e Francesco Lai furono condannati a trenta mesi di reclusione e a 250 lire di multa. Per gli altri fu emessa una sentenza assolutoria come, del resto, ci si aspettava per tutti.”

Qualche anno dopo, il 20 giugno 1901, il Locci spedì da Selegas una lettera al Vicario capitolare:

Mons. Vicario Capitolare,

ad amanti di poche parole ne dirò pochissime, e sono queste: se un altro dei miei colleghi fosse stato calunniato al par di me, o contro di lui si fossero scagliati tanti falsi testimoni e si fossero commesse altrettante ingiustizie, a quest'ora, ne stia certo, avrebbero appeso la sottana ad un fico e sarebbero all'ospedale. Io ho sofferto rassegnato tutte quante le disgrazie, ma posso dire che quando risulterà la verità, la diocesi di Cagliari non avrà di me neppure le ossa!

Sicuramente non l'aveva presa bene. Chissà se risale a quei tempi la leggenda della maledizione dei preti, secondo la quale per cento anni nessun siliquese avrebbe preso i voti.


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