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Dai Savoia a oggi

La Sardegna, alla morte del re di Spagna Carlo Il, avvenuta nel 1700 senza lasciare eredi diretti, fu coinvolta nella cosiddetta guerra di successione spagnola (1701-1714). Il sovrano aveva, in punto di morte, designato come suo successore Filippo d'Angiò, nipote di Luigi XIV di Francia. L'unione delle corone di Francia e Spagna costituiva un grande pericolo per l'Europa. Austria, Prussia, Inghilterra, Portogallo, Olanda e Ducato di Savoia si allearono per scongiurarla dando inizio ad una guerra che cambiò la geografia dell'Europa.

Terminata con le due paci di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714), la guerra costò alla Spagna la perdita dei possedimenti nei Paesi Bassi e in Italia, compresa la Sardegna, che passarono all'Austria. La Sicilia passò invece ai Savoia.

La dominazione austriaca in Sardegna durò fino al 1718 , quando l'isola fu assegnata ai Savoia a condizione che vi mantenessero i privilegi concessi dai governi precedenti e, soprattutto, che non ne modificassero l'assetto politico-istituzionale. La Sardegna, per questo motivo, conservò inalterato l'apparato amministrativo spagnolo fino a quando, nel 1848, fu realizzata la fusione perfetta con gli altri possedimenti dei Savoia.

Con i Savoia il Regnum Sardiniae acquisì la summa potestas cioè il diritto di stipulare trattati internazionali.

Le principali riforme attuate in politica interna che maggiormente incisero sulla storia di Siliqua furono l'abolizione del feudalesimo, l'istituzione del monte frumentario e la creazione dei consigli di comunità.

Siliqua e il suo territorio erano, all'epoca, proprietà di Cristoforo, figlio di Maria Ludovica Brondo-Crespi, al quale successe prima Giuseppe (morto nel 1755, senza eredi) poi il fratello Cristoforo. Il passaggio fu contestato dal fisco che pretendeva la restituzione dei territori al re. La disputa si concluse quando Vittorio Amedeo III, con diploma datato Moncalieri 29 novembre 1785, riconobbe a Gioacchino Bou Crespi, figlio di Cristoforo, il marchesato di Siliqua compreso il castello di Acquafredda. In questo documento, per la prima volta, si fa riferimento al castello indicandolo come distrutto .

Una interessante cartina del 1794 illustra la posizione del paese in quell'epoca.

Alla fine del Settecento, Siliqua aveva circa 1300 abitanti. Da un atto amministrativo del 10 marzo 1798 risulta che il centro abitato era sviluppato soprattutto intorno alle chiese di Sant'Anna e Sant'Antonio, ovvero nelle zone più elevate, vista la mancanza di protezione delle zone basse dalle piene del Cixerri.

Il feudo di Siliqua rimase in possesso degli eredi di Gioacchino fino al 22 ottobre 1838, quando fu riscattato dai Savoia per la somma di 1411 lire.

Riscattare i feudi era parte integrante della politica sabauda di abolizione del feudalesimo voluta da Carlo Alberto e avviata con la Carta reale del 12 maggio 1838. A questo sovrano si deve inoltre l'unificazione, dal punto di vista amministrativo e legislativo, della Sardegna con i Regi Stati di Terraferma avvenuta il 12 maggio 1847. Ciò determinò la fine del Regno di Sardegna e la nascita del primo nucleo del futuro Stato nazionale unitario che si sarebbe costituito nel 1861. L'assetto amministrativo della Sardegna fu modificato con il decreto del 12 agosto 1848 in base al quale essa fu ripartita in tre divisioni: Cagliari, Sassari e Nuoro, a loro volta suddivise in province.

Siliqua, come riferisce lo storico Angius, faceva parte della “divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Villamassargia, sotto il tribunale di prima istanza di Cagliari”.

Si deve ai Piemontesi la riforma dei Monti granatici, che risalivano al 1650 circa. Istituzione spagnola caduta in disuso, fu ripresa e potenziata nel 1767dai Savoia che la imposero in ogni villa e villaggio quale struttura di soccorso contro la pratica dell'usura. I monti granatici assunsero un carattere cooperativistico poiché i contadini concorrevano alla sua dotazione con le roadie, prestazioni di lavoro gratuire. Essi ebbero una certa prosperità finché il governo cominciò ad utilizzarne i fondi per altri fini. L'edificio del monte granatico di Siliqua risale a quel periodo.

Sicuramente più incisiva fu la riforma deI Consiglio di Comunità . Organo amministrativo istituito dal ministro Bogino con l'editto del 24 settembre 1771 durante il regno di Carlo Emanuele III, aveva lo scopo principale di porre un limite al potere baronale e di meglio rappresentare la comunità nei rapporti con il governo.

L'editto stabiliva che in ogni villa con almeno 40 fuochi, cioè famiglie, si costituisse un Consiglio di Comunità. I membri, eletti dai capifamiglia, erano i rappresentanti di tutta la popolazione divisa, in base al censo, in tre ordini sociali : primo , mezzano , infimo .

Appartenevano al primo ordine i cosiddetti prinzipales cioè i nobili, i cavalieri, gli ufficiali di giustizia, i ricchi proprietari e gli ufficiali delle truppe miliziane. Al secondo appartenevano i produttori che possedevano almeno un giogo di buoi e coltivavano un certo numero di starelli di terra. Al terzo, infine, appartenevano i meno abbienti e i nullatenenti. Il Sindaco rimaneva in carica un anno e proveniva, a turno, da ognuna delle tre classi: il primo anno assumeva la carica il più votato del primo ordine, il secondo anno il consigliere più votato del mezzano, l'ultimo anno il più votato dell'infimo .

“Le competenze del Consiglio erano assai ampie e andavano dalla ripartizione delle imposte alla amministrazione e tutela dei beni comunali, al controllo sulla esecuzione dei comandamenti personali, alla esazione delle quote del donativo, alla esecuzione di opere pubbliche, alla assegnazione dei lotti nelle vidazzoni , alla pubblicazione dei ruoli di imposta, alla tenuta dell'archivio”.

A Siliqua il Consiglio di Comunità, nonostante la maggior parte dei consiglieri fosse illetterata e rimanessero in vigore fino al 1848 i diritti feudali, più volte riuscì ad arginare le ingerenze dei nobili ed a far valere i diritti della popolazione.


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