Siliqua, paese della Sardegna meridionale ricco di storia e di testimonianze archeologiche, siede sulla sponda sinistra del Rio Cixerri o Canadonica , quasi a metà strada fra Cagliari e Iglesias.
Varie sono le ipotesi sull'origine del suo nome. Quella più accreditata vuole che derivi dal latino siliqua , ae (baccello), termine col quale si designano le piante di carrubo un tempo molto numerose nella zona. Gli influssi spagnoli lo avrebbero trasformato in Silico, Xilico o Terra Senigua .
Un'altra ipotesi vi vede la sopravvivenza, data la presenza anche di altri luoghi con la stessa base etimologica
(Siligo, Silanus, Silius, Silì), di un toponimo con radice paleosarda. Per Alberto della Marmora
deriverebbe dalla parola di origine nuragica salàch cioè estensione, pianura.
È stato ipotizzato, inoltre, che il nome derivi al paese dal fatto che nel territorio vi fosse una zecca romana in cui si coniavano le
silique, monete corrispondenti a 1/24 del solidus.
Siliqua dalla preistoria alla dominazione cartaginese
Sebbene i primi segni della presenza dell'uomo nell'Isola risalgano al 150.000 a.C., in pieno paleolitico, a Siliqua le testimonianze archeologiche più antiche fanno riferimento al neolitico recente-eneolitico (3.240-1.800 a.C.). Sono state rinvenute, infatti, diverse domus de janas e alcuni menhir .
Le domus de janas (letteralmente case delle fate) , ipogei artificiali scavati nella roccia, diffusi in tutta l'isola, avevano la funzione sia di tombe sia di templi.
A Siliqua, l'unica pervenutaci in buono stato di conservazione, nota come Sa domu e' s'Orcu, si trova nelle vicinanze del campo sportivo. L'ingresso, rivolto a sud-sud ovest, in origine a forma rettangolare, introduce in una anticella e, tramite un altro ingresso, alla cella funeraria, entrambe a pianta rettangolare.
I menhir ( men , pietra e hir , diritta) sono monumenti megalitici, molto diffusi in Bretagna. Posti a guardia delle tombe, considerate luoghi sacri, svolgevano una funzione apotropaica, cioè allontanavano gli influssi malefici. I menhir si trovano in Sardegna sia nella forma singola ( pietra in fitta o sa perda fitta ) sia nella forma complessa (allignement).
Sa perda fitta rinvenuta a Siliqua, conosciuta con i nomi di su Cuaddu ‘e sa mongia o Perda managus o Cuaddu ‘e managus , si trova ad una sessantina di metri dal tronco ferroviario del
Sulcis, a circa un chilometro dalla cantoniera Bau solanas, nella piana del
Cixerri. Si tratta di una grossa pietra in granito locale, lunga 2 metri e larga, alla base, 1,05 m, al centro, 90 cm, con la sommità assottigliata ed appuntita e le superfici sbozzate. Oggi abbattuta, presenta il lato lungo, opposto a quello che poggia sul terreno, levigato per sfregamento: era infatti meta di pellegrinaggio delle donne sterili che vi si recavano per praticare riti di fecondità. A pochi metri dalla prima, è stata rinvenuta un'altra pietra, lunga 1,25 m e larga 55 cm, di forma più tozza e frammentata, che potrebbe essere un altro
menhir.
Agli inizi dell'Età del Bronzo (1800 a.C.) fiorì in Sardegna la civiltà nuragica, così chiamata dal simbolo che la rappresenta, il nuraghe (dalla radice nur ossia cumulo di pietre cavo).
Presso quasi tutti i nuraghi sorsero villaggi, fatti di capanne circolari di pietra e col tetto di paglia, nei quali la popolazione, riunita in clan, si raccoglieva, dando vita a comunità chiuse che tendevano all'autoprotezione. Il nuraghe, situato in punti strategici alti, fungeva, infatti, da torre di avvistamento del nemico e svolgeva una funzione di salvaguardia dei beni agricoli, pastorali e, nelle zone metallifere come il Sulcis, anche delle risorse minerarie.
Nei pressi dei villaggi si trovano, inoltre, i monumenti funerari collettivi, chiamati dalla fantasia popolare tombe dei giganti , che potevano contenere fino a duecento defunti.
Nel territorio di Siliqua sono tuttora rintracciabili numerosi complessi nuragici, formati da torri, villaggi e tombe dei giganti, tutti appartenenti all'età del bronzo (1.800-800 a.C. circa). La presenza di strutture non solo difensive ma anche residenziali e funerarie fa ritenere che fossero insediamenti stabili.
I maggiori nuraghi si trovano nei pressi di Monte Maiori , Giba Accuzza , Musungionis , Sa Guardia ‘e
Gibaterra, Monte Uannena , Monte Accas , Monte Arcedda , Monte Oru , Monte de S'Arcu , Monte Miali , Domus de is Perdas , Sa Mandra , Sa Domu Fotti , Isca su Casteddu .
Le tombe dei giganti sono state rinvenute presso Puadas , S'arresigu , Matta Mala , Genna Ollastu , Monte Perdosu , Giba Matzani , Sa Terredda e Serra ‘e Masì. Quest'ultima presenta tre ambienti, a pianta rettangolare, scavati nella roccia e comunicanti tra di loro. Nel vano centrale, più grande rispetto agli altri, il soffitto è sostenuto da due colonne simmetriche. La tomba è di particolare importanza in quanto risale all'epoca in cui si sviluppò la cosiddetta cultura di Bonnanaro (1.500-1.300 a.C.), da cui mosse i primi passi la civiltà nuragica.
Intorno al 1.000 a.C. la Sardegna fu raggiunta dai f enici, le cui iniziali sporadiche frequentazioni divennero, nel corso dei due secoli successivi, rotte stabili. In un secondo momento, i fenici occuparono, per proteggere i propri scali, una fascia di territorio anche nell'entroterra fino ad una profondità di circa 20 Km. In conseguenza di ciò, i primi insediamenti si trasformarono in vere e proprie città stato indipendenti dalla madrepatria come Caralis , Nora , Bithia , Sulci , Bosa , Olbia e Tharros .
I rapporti inizialmente pacifici tra le popolazioni autoctone e i fenici divennero conflittuali intorno al 500 a.C. quando i nuragici attaccarono le città fenicie sulla costa che, per difendersi, chiesero aiuto a Cartagine. I punici riuscirono a impadronirsi, sebbene parzialmente, dell'isola sottomettendo sia i fenici sia i nuragici e vi rimasero per più di due secoli.
Fino al 509 a.C., per gran parte dello sviluppo della civiltà nuragica, la Sardegna fu autonoma ed indipendente: non risulta testimonianza d'alcuna dominazione straniera ma solo di saltuari scambi commerciali che non ne modificarono le tradizioni e le usanze locali.
I cartaginesi, contrariamente ai fenici, considerarono l'isola una vera e propria colonia: i loro funzionari vi instaurarono un sistema amministrativo-giudiziario strettamente dipendente dalla madrepatria. Per duecentosettanta anni, fino all'arrivo dei romani, convissero in Sardegna, anche se non sempre in modo pacifico, le due civiltà, la cartaginese e la nuragica.
Nel territorio di Siliqua, risalgono al periodo punico gli insediamenti di Medau su Casteddu vicino al castello di Acquafredda, di San Pietro, di Santa Maria, di Santa Lucia, di Santa Margherita e di San Giacomo. In località Campanasissa è stata rinvenuta una necropoli.
Gli stanziamenti di Siliqua avevano, probabilmente, uno scopo difensivo. Cartagine, avendo le sue maggiori postazioni lungo la costa meridionale della Sardegna, per proteggerle dalle possibili incursioni dei sardi, aveva creato, nell'entroterra, una linea difensiva formata da vari paesi, tra cui Siliqua. Questi, infatti, si trovavano ai confini dei possedimenti punici in zone considerate pericolose. La loro importanza era, quindi, soprattutto militare; raramente venivano utilizzati come stazioni di sosta dai mercanti i quali prediligevano gli spostamenti via mare o lungo la costa.
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