|
Origine
Il castello di Acquafredda
( Castrum Acquae Frigidae, per i siliquesi su casteddu ‘ecciu ) si erge solitario, poco distante dal paese di Siliqua, sulla cima di un cono vulcanico, a circa 253 metri sul livello del mare; le sue imponenti rovine “si elevano in altezza a prolungamento dell'insolita emergenza rocciosa che domina tutta la piana. Tre lati guardano su strapiombi vertiginosi mentre il quarto digrada sul ripido pendio settentrionale discendendo verso il paese di Siliqua”.
Collegato a vista ai manieri di Gioiosaguardia a
Villamassargia, di Baratuli a Monastir e di San Michele a Cagliari, deve il nome alla sorgente d'acqua freschissima che sgorga dagli anfratti della collina.
La sua struttura, la sua posizione strategica, alcune tracce di costruzioni e documenti quali la citata bolla di papa Gregorio IX del 1238, dimostrano che la sua origine risalga all'epoca giudicale.
Funzione
La funzione dei castelli sardi in epoca giudicale era prettamente militare e difensiva. Disseminati lungo i confini dei quattro regni, nei quali era divisa l'isola, erano costruiti in posizione elevata “a protezione delle rispettive frontiere e a controllo dei più importanti passi o vie di comunicazione del territorio”.
Con la penetrazione pisana e genovese, che portò alla disgregazione tre dei quattro giudicati, i castelli sardi conobbero un differente tipo di sviluppo. Intorno ad essi sorsero numerose ville che potevano usufruire, in questo modo, sia di protezione sia di “migliori sistemi di produzione e di incanalamento sui mercati dei loro prodotti”.
Questo processo fu interrotto con la dominazione aragonese. La guerra tra la corona d'Aragona e il giudicato d'Arborea impose il ritorno all'antica e pressoché esclusiva funzione militare del castello. Al termine del cinquantennale conflitto con Arborea, la corona non ebbe più la necessità di mantenere in piedi nell'isola “costose strutture fortificate e così la maggior parte dei castelli sardi, persa la loro funzione, concluse il proprio ciclo vitale, andando inesorabilmente verso una irreversibile decadenza”.
Queste vicende segnarono anche la storia del castello di
Acquafredda.
Concepito come fortezza militare giudicale, partecipò, tra il XIII ed il XIV secolo, allo slancio intrapreso in campo economico-sociale dai pisani. Fu poi conquistato dai catalano-aragonesi nel 1324, e divenne, in un primo periodo, una concessione feudale. La castellanìa di Acquafredda, che comprendeva allora, oltre alla fortezza, una piccola rete di ville, divenne “una carica ambita con una presumibile discreta rendita” consistente in uno stipendio di 250 libbre di alfonsini minuti per il soldo di dieci clienti e per le spese di mantenimento della fortezza. Le spettavano, inoltre, tutti i redditi, i profitti, i dazi riscossi a
Ville Nove de Serussi (Villanova di Saruis a di Siliqua), a Villa Perutxa (l'attuale
Villaperuccio) a Ville de Borro (l'attuale S. Mariedda a Villamassargia), a Ville de Masiu e
Golvi (centri non localizzati).
Anche il castello di Acquafredda, agli inizi della guerra tra la corona d'Aragona e il giudicato di Arborea, fu richiamato all'originario ruolo militare per via della posizione chiave occupata all'interno del sistema strategico-difensivo del regno. Assunse un ruolo importantissimo e resistette a numerosissimi attacchi, sferrati a più riprese dalle truppe arborensi. A conferma di ciò, a partire dall'aprile del 1365, i documenti riguardanti il castello di Acquafredda contengono continue richieste di approvvigionamenti di viveri (aceto, olio, carne salata, fave), del “materiale necessario per affrontare gli assedi ed armare le macchine da guerra” e di riparazioni agli edifici del borgo e del castello.
Con la fine della guerra il castello perse progressivamente la sua funzione militare in quanto la “sua opera protettiva non era più necessaria”.
Struttura
E' possibile ricostruire la struttura della fortezza di Acquafredda utilizzando i rilievi fatti da Foiso
Fois, gli inventari del 1338 e del 1351 ed i risultati dei recenti restauri.
Al castello, articolato su tre livelli, che seguono l'andamento del pendio, si accedeva dal lato nord-est, attraverso una porta, difesa da tre imponenti torri a pianta quadrata. Le due estreme sono andate completamente distrutte; quella centrale, la più imponente, detta
mayor , tuttora in piedi e recentemente ristrutturata, presentava una struttura a tre piani con solai in legno collegati da scale. Le tre torri, insieme alla cinta muraria che le collegava, costituivano la prima linea difensiva del castello, a quota 154 m s.l.m. circa.
La cinta muraria era ornata di merli di forma guelfa introdotti, secondo
Fois, nel XIII secolo. La merlatura indicava il colore politico del Signore del Castello
, ossia il suo schieramento a favore del Papa o dell'Imperatore nella lotta per le investiture
. La forma quadra dei merli indicava l'appartenenza alla parte guelfa, sostenitrice del Papato; quella a coda di rondine alla parte ghibellina, sostenitrice dell'Impero.
Il conte Ugolino della
Gherardesca, dopo un primo periodo di militanza ghibellina, testimoniato nel castello dallo stemma scolpito sul muro nord del mastio in cui è raffigurata l'aquila imperiale, divenne, in un secondo momento guelfo.
All'interno delle mura, nel portico, si trovava il borgo, con le case, i magazzini, le stalle, le cisterne, i mulini ed i frantoi.
Più in alto, a quota 253 m s.l.m., si ergeva il mastio, cuore del castello e abitazione del castellano, cui si accedeva dal borgo attraverso un ponte levatoio. Oltre questo, una porta immetteva in uno spiazzo su cui erano disposti, probabilmente a ferro di cavallo, gli ambienti del castello vero e proprio.
Il mastio era articolato in due livelli e sormontato da una terrazza. “Tra il piano terra ed il primo si distribuivano le stanze, numerose delle quali erano illuminate ed arieggiate da finestre non molto ampie che, come ancora in parte visibile, guardavano sia all'esterno della fortezza che all'interno del grande cortile. Nel piano inferiore, superato il portico del cortile interno, è probabile si trovassero la cucina, gli alloggi dei soldati, il magazzino delle corazze, un altro grande magazzino, unitamente ad un'altra stanza con attrezzi e macchine. Forse al piano superiore trovavano invece spazio la stanza del castellano e la sala del castello”.
Si poteva accedere al mastio da due parti: dal lato nord tramite una scalinata “composta da 32 scalini in pietra lavorata che termina in un pianerottolo posto a 3 m. dal piano terra del Palazzo, nel quale si poteva entrare solo con scale mobili o con un ponte levatoio a scale. […] Da Sud si accedeva, mediante scala in pietra, ad una vasta terrazza-bastione, in parte naturale”
. Delle mura del mastio resistono le facciate rivolte a nord-ovest e sud-est, alte circa 10 metri e anch'esse guarnite di merli guelfi.
A mezza costa, alla quota di 200 m s.l.m., svetta la poderosa struttura muraria della torre cisterna. Essa non è collegata con le altre unità murarie e risulta essere un corpo isolato.
L'acqua era un elemento indispensabile e fondamentale per la vita all'interno del castello. Nel complesso di Acquafredda esistevano quattro grandi cisterne che “distribuite a quote differenti, a partire da una piuttosto notevole, situata nel borgo, fino poi ad arrivare alle altre ricavate sul pendio alle massime quote, consentivano ingenti scorte d'acqua”.
La torre cisterna, a forma quadrangolare, era costituita da tre vasche di diversa capacità, con volta a botte, completamente intonacate. Più in basso, a 163 m s.l.m., vi è la quarta cisterna. Essa, situata vicino al borgo, è considerata una notevole opera di ingegneria: “una camera interrata con le pareti di mattoni alte quattro metri, completamente intonacata, con la volta a botte e circondata lungo il perimetro inferiore da un cunicolo di mattoni in cui l'acqua filtrava attraverso le pareti. L'imbocco della cisterna probabilmente era protetto dall'immissione di materiali grossolani da una griglia di piombo, la
brescadura de plom ricordata nel 1338. Al fianco un pozzo, che terminava a gomito, consentiva di pescare l'acqua filtrata nel cunicolo”.
Vivere nel castello
La vita quotidiana all'interno del castello di
Acquafredda, in epoca aragonese, è stata ricostruita da Pinuccia Simbula attraverso due inventari redatti nel 1338 e 1351, al momento dell'avvicendamento dei castellani.
Il primo documento, conservato presso l'archivio della corona d'Aragona, è il più antico inventario che gli archivi ci abbiano restituito. “Il suo contenuto riguarda quanto si trovava all'interno del castello nell'ottobre di quell'anno, al momento della presa di possesso della fortezza da parte del nuovo castellano, il nobile Amoros de Ribelles. L'elenco, abbastanza dettagliato, offre dati che raramente possediamo per i castelli sardi, e si aggiunge ad un altro già edito, relativo allo stesso castello, redatto circa tredici anni più tardi, nel 1351” da Ramon d'Ampurias, al momento di assumere la carica di castellano di Acquafredda. A noi è giunto in copia del 1355.
Lo scopo di questi documenti era quello di appurare la quantità e lo stato dei beni appartenenti alla corona, affidati all'amministrazione del castellano.
Armi e macchine da guerra
Le informazioni contenute negli inventari miravano, in primo luogo, “a stabilire lo stato della fortezza e la sua capacità di difesa”. Le voci più numerose, infatti, riguardano le condizioni e il numero delle armi: sono elencate le balestre e i torni per poterle curvare, i quadrelli per balestra comune (
impennati e desempenats ), per balestra a cremagliera (il tipo più sofisticato e potente dell'epoca) e per balestra a staffa, le punte per i dardi e le lance. Vi sono citate, inoltre, le armature: gli elmi di cuoio e le gorgiere ossia “corazze rifinite all'interno in
canamaç , una morbida imbottitura di tessuto che aveva lo scopo di rendere più confortevole la rigidità dell'armatura”; gli scudi semplici e gli scudi pisaneschi, che forse erano rimasti nel castello dopo la sconfitta pisana, o che erano stati acquistati per le guarnigioni toscane, che difesero la fortezza nel primo periodo di guerra per conto della corona
aragonese.
L'inventario del 1338 riporta un'unica macchina da guerra: il
trabucco o trabocco , “con il quale si lanciavano grosse pietre o fuochi all'esterno della fortezza in caso di attacco per dissuadere il nemico dagli assalti”. Si tratta di un'antica macchina da guerra “costituita da una grossa trave di misura variabile, imperniata su un asse sul quale ruotava; ad un'estremità veniva applicata la munizione, mentre dall'altro lato un contrappeso. La trave, azionata da una serie di corde e argani, veniva abbassata ed una volta caricata lasciata libera in modo che, non più trattenuta dalle corde e spinta dal contrappeso, lanciasse i proiettili”. Essa fu, probabilmente, costruita dai pisani all'interno del castello di Acquafredda nel 1324.
Nell'inventario del 1351 si ritrova lo stesso tipo di armi e armature, anche se in quantità diverse. Da notare che vi era, oltre al trabucco del precedente inventario, un'altra macchina da guerra completa, la
briccola cioè “una specie di mangano costituito da una stanga applicata ad un castello di legno e portante da una parte un contrappeso e dall'altra una cucchiaia di legno sulla quale si ponevano i proiettili da lanciare; quando con delle funi si azionava il contrappeso la stanga rotava lanciando il proiettile con molta più precisione del trabucco”.
L'attività militare non era limitata al mastio, dove le guarnigioni si arroccavano in caso di necessità sollevando il ponte levatoio, ma era effettuata anche sulla cerchia muraria. Qui le sentinelle, appostate sulle torri e sulla terrazza
a scrutare l'orizzonte o a vigilare l'ingresso , stavano di guardia al castello, lanciando quando necessario segnali di allarme con le lanterne o con la
trompeta .
Dai registri paga dell'amministrazione del Capo di Cagliari, sappiamo che il numero dei
servents a presidio di Acquafredda oscillava tra le dieci e le venti unità: un numero inferiore a quello che ci si potrebbe aspettare data l'importante funzione militare del castello, ma evidentemente sufficiente a controllarlo e difenderlo.
Corde, pece, catrame, sego e scale, oltre a tutti gli attrezzi necessari alle riparazioni quotidiane della fortezza, come seghe, picconi, asce, accette, palanche, pale, cunei, trapani, maglio e pialla, lime e chiodi, botti di calce e mole per arrotare le lame, legname da costruzione, sono voci presenti in entrambi gli inventari.
Le armi si trovavano in varie parti del castello, nel portico, nel magazzino e nel borgo, anche se esisteva una stanza appositamente adibita alla loro custodia. Nell'inventario del 1338 si parla, infatti, di una
casa de les armes, posta nel mastio o castell
alt , mentre nel secondo compare la cambra del magatzem de les cuyraces , nella quale erano custodite le corazze e gli scudi, le gorgiere, le seghe e le asce. Non si sa con esattezza dove fosse situata, ma è certo dovesse trovarsi in un punto ben difeso e facilmente raggiungibile per indossare l'armatura o prendere le armi.
La vita nel borgo
La vocazione militare del castello non impediva ai suoi abitanti di dedicarsi, benché marginalmente, ad altre attività. Nel borgo, infatti, vi erano le case, i magazzini, le stalle, i mulini e i frantoi.
“Per buona parte del Trecento sono presenti nelle fonti indizi che documentano lavori agricoli e presenza di animali da allevamento. Intorno al castello vi erano alcuni salti coperti dal manto boscoso dove il bestiame trovava riparo e pascolo; oltre gli alberi si stendevano i terreni coltivati o coltivabili. I prodotti ricavati, impossibili da quantificare, garantivano forse limitati introiti finanziari o, più semplicemente, contribuivano all'economia della fortezza”. L'importanza di queste attività e delle terre su cui si svolgevano si intuisce dalle contese “sorte più volte nel medioevo tra i castellani di Acquafredda ed i feudatari dei territori confinanti”.
Nel 1339, ad esempio, Pietro IV d'Aragona dovette risolvere la controversia sorta tra Amoros de Ribelles, castellano di Acquafredda, e Raimondet de Libiá, feudatario di Siliqua. I due si contendevano un
salto , con terre coltivabili e pascoli, che si estendeva tra il castello di Acquafredda e Siliqua. “Libiá rivendicava il salto ritenendolo di pertinenza della sua villa ed accusava il Ribelles di averlo indebitamente incorporato alle terre del castello”.
L'origine della disputa risaliva all'epoca dell'infante Alfonso quando Bernardo de Libiá, avo di Raimondet, era sia castellano di Acquafredda sia signore della villa di Siliqua. Bernardo era riuscito inoltre “ad ottenere la concessione personale di una importante parte dei territori circostanti il castello, che aveva incorporato alle altre concessioni feudali, cioè alle pertinenze della villa di Siliqua”.
In un primo momento il sovrano risolse la disputa riconoscendo i diritti di Raimondet de Libiá. Successivamente, nel 1358, data l'importanza di quei territori “per lo svolgimento delle attività degli uomini che risiedevano” nella fortezza e su sollecitazione del nuovo castellano Dalmazzo de Jardi, questa concessione fu annullata e il salto fu definitivamente riunito alle pertinenze del castello.
Erano utilizzati per la coltivazione non solo i vari territori appartenenti al castello ma anche quelli all'interno del borgo e alle pendici della fortezza. Il grano e i legumi seminati consentivano dei piccoli margini di autonomia e di guadagno. “Quando la guerra infuriava, il presidio, conoscendo le difficoltà del regolare invio di rifornimenti, seminava il grano dentro la fortificazione ricavandone limitate quantità di prodotto che veniva pagato dalle autorità catalano aragonesi a prezzo di mercato o concordato. Fagioli, fave e aglio erano le altre specie più frequentemente coltivate e largamente consumate”.
A questo proposito i registri dell'amministrazione del Capo di Cagliari riportano alcune interessanti notizie. Nel 1387, tra la fine di agosto ed i primi di ottobre, in pieno periodo di guerra, una parte delle scorte per l'inverno di grano, olio, fave, formaggi, aceto fu acquistata
sulla piazza di Cagliari ;
il resto delle provvigioni di grano, aglio e fave erano stati culits en les faldes del dit
castell. Questi
prodotti, che molto probabilmente erano coltivati nei terreni all'esterno della fortezza, erano acquistati ad un prezzo leggermente inferiore rispetto a quelli di città:
due denari in meno a starello per il grano e 2 soldi in meno per lo starello di fave.
Il grano era macinato con le macine e mulini presenti nella fortezza. L'inventario del 1338 descrive due mulini, uno dei quali si azionava con un mulo ed uno con il cavallo, e due macine. Nell'inventario del 1351 troviamo citati quattro mulini
sardeschi , due nel mastio e due nel borgo; qui inoltre ve n'era uno azionato da un cavallo.
Un particolare che colpisce è la distinzione tra i mulini semplici e quelli sardeschi. L'aggettivo sardesco indicava un particolare tipo di mulino, diffuso in tutta la Sardegna, di dimensione ridotte, rispetto ai mulini semplici, che poteva essere posto anche all'interno delle case. “è probabile che si trattasse delle antiche macine granarie in uso nell'isola fin dai tempi romani, rimaste immutate nei secoli fin quasi ai nostri giorni […], macchine semplici, poco ingombranti, composte da pochi elementi di pietra azionati dalla forza di un asino; ancor oggi, benché ormai abbandonate, sono facilmente visibili nelle aie delle case contadine della Sardegna”.
La vita privata
Concepito come fortezza, ben organizzato e sicuro, il castello di Acquafredda non era di certo una bella e comoda dimora principesca
; viverci non doveva sempre essere piacevole, soprattutto per chi era abituato alle comodità cittadine.
In tempo di pace, oltre ai piccoli lavori di manutenzione, vi si svolgevano le normali attività di ogni giorno: “si mangiava, si giocava, ci si dedicava all'esercizio della caccia, facilmente praticabile intorno, probabilmente anche con i falchi” che, nel medioevo, sembra fossero numerosi nel territorio.
Quando i conflitti non coinvolgevano direttamente il castello, la famiglia seguiva il castellano in quanto la carica gli imponeva la residenza. In questi casi la corte ed i servitori del castellano animavano la vita all'interno della fortezza, rendendo più sopportabile la lontananza dalla città.
Gli inventare ci permettono, sebbene in minima parte, di ricostruire gli
spazi
civili all'interno del castello. Nel mastio, al piano terreno, affacciata sul portico, si trovava la cucina. Vi erano i recipienti per impastare il pane, il tavolo per lavorarlo, le sporte per trasportarlo, gli orci per l'olio, recipienti vari di legno, i paioli.
I commensali consumavano i pasti su semplici tavoli, seduti sopra panche oppure, per stare vicino al fuoco, su “grandi travi a mo' di cavalletto”.
All'interno della cucina vi era inoltre un grande camino usato sia per la cottura dei cibi sia come fonte di calore, “che trasformava questa stanza in un caldo ambiente nel quale trascorrere le fredde giornate al riparo dalle intemperie”.
Alcune donne, appositamente residenti nel castello, preparavano il pane ed i pasti. Alla fine del Trecento “si avvicendarono in questo compito Margherita e Maria. Erano loro ad impastare la farina ottenuta dal grano macinato nei diversi mulini presenti nella fortezza, cuocendolo poi in un nuovo forno costruito proprio in quegli anni dal muratore cagliaritano Pere Ballero, in sostituzione di quell'antico ormai
enderrocatt ”.
Le provviste alimentari erano conservate nel magazzino: insieme al frumento, vi si trovavano le botti con il sale e con l'aceto, le fave, i fagioli e i prosciutti.
L'alimentazione nel castello non era molto diversa da quella delle città o delle ville: “alla base di alimenti secchi e salati, quali cereali, carni, pesci, legumi e formaggi, garantiti dalla Corona per l'approvvigionamento militare, si aggiungevano le verdure fresche che potevano essere coltivate o acquistate nei centri vicini, la selvaggina e gli animali allevati nelle terre intorno. […] Quando gli assedi impedivano il regolare apporto di vettovaglie, il castello veniva rifornito delle scorte alimentari di base e di armi: piccole imbarcazioni salivano il corso del fiume Cixerri o dei carri seguivano sentieri secondari fino a giungere ai piedi della fortezza, ed eludendo durante la notte la sorveglianza degli assalitori, scaricavano cibi e armi, permettendo alle guarnigioni di resistere evitando che il castello venisse espugnato per fame”.
Oltre alla cucina, nel pian terreno del mastio, vi erano, separati da porte di legno, gli alloggi dei soldati e i magazzini.
I soldati, nella stanza a loro riservata, riposavano alcuni su letti, altri su dei pagliericci sistemati sopra tavole di legno (forse le vecchie porte). Vi erano cassapanche grandi e piccole, panche, mensole, qualche lume e la
sela de privada cioè una sedia per la latrina.
Nei magazzini, come già detto, le armi e gli attrezzi erano riposti su mensole o custoditi dentro cesti, recipienti di legno o nelle cassapanche. Nell'inventario del 1351 ne compare una, chiamata
caxa sardescha , chiusa da chiavistelli.
Al piano superiore si trovava la camera del castellano: un letto, con una panca posta forse ai piedi, una
perxa ossia un appendiabiti per le vesti e le cinture e un lume per illuminare la stanza, componevano lo spartano arredamento. Come negli altri castelli, è probabile che la camera si affacciasse sulla sala dove, in genere, si trovava il camino, vicino al quale il castellano e la sua famiglia si raccoglievano.
Nel borgo vi erano diversi edifici tra cui un portico, un magazzino (composto da almeno tre vani), una sala, una casa.
La sala era, probabilmente, utilizzata dai soldati per mangiare; vi si trovavano, infatti, i tavoli, numerose panche, diversi sgabelli e sedie.
Gli inventari non citano locali riservati all'igiene personale: “unici indizi sono la citata
sela de privada che si trovava nel mastio, probabilmente all'interno della stanza dove dormivano i soldati, ed una tinozza che serviva per lavarsi” che si trovava nel borgo.
I castellani, più volte, si lamentarono per le condizioni di vita che dovevano sopportare al castello: Ramon
d'Ampurias perse l'incarico per non risiedervi regolarmente, mentre Dalmazzo de Jardi pagò a caro prezzo la sua dedizione alla corona.
Nominato castellano di Acquafredda nel 1355, vi si trasferì con tutta la famiglia. Tre anni dopo, fu costretto a chiedere al sovrano di poter soggiornare a Cagliari almeno sei mesi all'anno, poiché sia lui sia la moglie si trovavano in pessime condizioni di salute e due dei loro figli erano morti a causa delle condizioni igieniche del castello. “Pietro IV accettò le richieste del fedele castellano concedendogli di stemperare la durezza della vita nella fortezza con gli agi della città”.
Solo alla fine della guerra con Arborea furono intrapresi dei lavori di restauro per rendere più accoglienti gli ambienti del castello. Nella primavera del 1400 operai cagliaritani rivestirono i pavimenti di alcune stanze con circa 300 piastrelle in cotto e ne imbiancarono le pareti. Le condizioni igieniche, comunque, non dovettero migliorare di molto, tant'è che, nell'agosto del 1407, l'amministratore del regno di Sardegna ordinò cibo e
vino greco per i soldati ammalati.
Con la fine della guerra, cessato il tempo in cui Acquafredda svolgeva una importante funzione militare, i feudatari preferirono, alla vita nel castello, le comodità della vita cittadina. Questo fatto, unito agli alti costi di manutenzione, all'isolamento e alla scomoda posizione della fortezza, ne determinarono il progressivo abbandono e lasciarono
quelle mura all'inclemente erosione del tempo.
Restauri
Il castello è stato oggetto di quattro interventi di restauro . Il primo, agli inizi degli anni 80, ha interessato la parte superiore (il mastio), con un'opera di consolidamento delle mura rimaste.
Il secondo, quindici anni dopo, sempre compiuto da una ditta privata, ha interessato principalmente il mastio.
Il terzo intervento iniziato nel luglio del 1999, tramite cantiere comunale, ha ripristinato il vecchio sentiero che conduce ai primi corpi murari e restaurato la torre sperone, molto danneggiata dall'incuria degli anni, e la cortina muraria esterna. Nelle operazioni di scavo sono state messe in evidenza strutture realizzate completamente in mattoni di laterizi, ubicate sopra la cisterna del borgo. Importante, sotto il profilo archeologico, il ritrovamento di un capitello di epoca medievale intatto.
Il quarto intervento iniziato nel settembre 1999, tramite ditta privata, ha interessato il restauro della torre cisterna a quota 200 m s.l.m., ora accessibile anche al suo interno, grazie ad una scaletta predisposta durante la ristrutturazione.
|